Oggi torno alla musica vintage e, in questo caso, anche registrata piuttosto male, perché ricorre la data storica dei sessant'anni dell'ultimo concerto ufficiale a pagamento dei Beatles che si tenne appunto il 29 agosto 1966 allo stadio Candlestick Park di San Francisco.
La band, dopo altri artisti che avevano il compito di aprire lo show alle ore 20.00, fra cui le RONETTES create da PHIL SPECTOR, suonò per circa 33 minuti (per dire... i Pooh fanno concerti lunghi più di due ore e Springsteen ha toccato anche le tre ore) eseguendo 11 brani davanti a circa 25.000 spettatori, con però ben 7.000 biglietti rimasti invenduti.
Il palco, come si vede dalla foto,
era protetto da una gabbia metallica (una SITUAZIONE SIMILE a quella vista nel film The Blues Brothers) e intorno a loro c'era un continuo girare di forze dell'ordine e membri dello staff con lo stadio illuminato a giorno, l'impianto audio era assolutamente inadeguato e le urla dei fan coprivano quasi del tutto la musica come si può sentire nel breve montaggio VIDEO qui sotto, pessimo, si, ma comunque documento storico.
Come avevo raccontato in precedenza, i tour per i Beatles erano diventati estenuanti e pericolosi, tra anche minacce e problemi logistici.
Inoltre i brani di album come REVOLVER che era appena stato pubblicato erano troppo complessi per essere riproposti dal vivo e difatti non ne eseguirono nessuno dal nuovo disco, ma solo PAPERBACK WRITER che era stata incisa POCHI MESI prima di Revolver e uscita solo come 45 giri. Ecco infatti la scaletta: Rock And Roll Music (cover di Chuck Berry), She's A Woman, If I Needed Someone, Day Tripper, Baby's in Black, I Feel Fine, Yesterday, I Wanna Be Your Man, Nowhere Man, Paperback Writer, Long Tall Sally (cover di Little Richard).
Non appena finì l'ultima nota i Beatles salutarono in fretta e, senza concedere bis, abbandonarono gli strumenti sul palco e corsero immediatamente verso un blindato posizionato dietro la recinzione che li portò direttamente all'aeroporto di San Francisco, lasciando lo stadio mentre le urla dei 25.000 fan stavano ancora chiedendo di rivederli.
Ma sull'aereo di ritorno esausti i quattro stavano già decidendo di smettere di esibirsi in tour, chiudendo l'era dei concerti tradizionali, questo prima della celebre e ultima esibizione gratuita (e fuorilegge) sul tetto della Apple nel 1969.
Paul McCartney, prima di salire sul palco di San Francisco, aveva chiesto al press agent Tony Barrow di registrare lo show su una cassetta audio, ma Tony non girò la cassetta da 30 minuti per lato e l'audio si interrompe bruscamente durante l'ultimo brano, Long Tall Sally.
Quella cassetta originale (una C60 Philips che usavo anch'io prima di scoprire che le trasparenti Scotch davano una risposta molto migliore sulle frequenze medio-alte) rimase chiusa in un cassetto per anni, ma da qualche copia uscirono album bootleg come The Sunset Concert o Live at Candlestick Park e QUESTA è esattamente quella registrazione integrale (sfumata sull'ultima canzone) ed è montata su tante foto scattate durante quell'ultima serata live.
Bruce Springsteen è tornato, e non solo nel bel FILM a lui dedicato.
È tornato perché quello che è successo di recente a Minneapolis non gli va giù per niente e quando un rocker come lui deve dire qualcosa, la dice cantando, certo schierandosi così anche politicamente, ma chi l'ha detto che un artista non può farlo?
E quindi lo scorso sabato Bruce ha scritto questa canzone, le ha dato il titolo di STREETS OF MINNEAPOLIS (quasi come un riferimento ad un suo vecchio brano famosissimo), domenica l'ha registrata è lunedì l'ha pubblicata a tempo di record in risposta al terrore di Stato che si sta abbattendo su quella città che una volta era conosciuta più che altro per essere il luogo natìo di Prince.
Nel testo il Boss parla dell'esercito di King Trump, ovvero il corpo di polizia ICE, e non le manda a dire con un mood che pare tornato lo Springsteen di The River, ma con un pò più di Bob Dylan dentro, mostrando sempre una bella grinta nonostante abbia ormai l'età di 76 anni.
Si, sarò anche una canaglia, ma quello che sta succedendo nel mondo anche per causa di quello lì che porta lo stesso nome di Paperino,
non mi può lasciare indifferente seppure la politica non sia esattamente il mio piatto forte.
Ma forse a questo punto non si tratta più di di politica, bensì di sopravvivenza contro una piaga che potremmo definire come "delirio di onnipotenza".
Per questo la canzone, anche se è tutt'altro che allegra e spensierata, l'ho scelta oggi come sola rappresentante della musica del sabato sul mio blog.
Springsteen - Liberami Dal Nulla è un film che racconta il Boss
in quel periodo successivo al grande successo di The River, un album doppio che tutti dovremmo avere.
Il nostro Bruce lo vediamo all'inizio bello carico con tutta la E-Street Band sul palco in chiusura del tour, dopodiché cade in depressione con i ricordi del rapporto padre-figlio che riaffiorano, e si ritira in una casa isolata a tirare giù canzoni scarne con voce e chitarra che costruiranno la tracklist di Nebraska su un registratore a 4 piste tra le perplessità di Jon Landau, il produttore, e tutto lo staff che lo segue.
Ma non solo, poiché nel mucchio Bruce scrive anche dei brani che poi, opportunamente arrangiati con la band al completo, finiranno due anni dopo in Born In The USA, ovvero il suo più grande successo commerciale.
Se sorvoliamo sul fatto che Jeremy Allen White nel film assomiglia più ad un giovane Dustin Hoffman che al vero Springsteen, e su quelle ripetute pose storte che tiene da seduto mentre conversa che mi sono parse un pò forzate
(ho contato almeno quattro scene praticamente identiche), c'è di buono che ha cantato lui davvero le canzoni come Timothee Chalamet aveva fatto in A COMPLETE UNKNOWN, il film su Bob Dylan anche lui ritratto in un preciso e circoscritto periodo della sua carriera.
Carina la scena in cui balla con sua madre e che in pratica cita un video di pochi anni fa diventato virale.
Film questo che magari non ti riempie le sale come ROCKETMAN e BOHEMIAN RHAPSODY, anzi l'ho visto di recente programmato in un cinema d'essai di quelli dove ti trovi con pochi cinefili intorno, ma perlomeno l'audio era ottimo, e che è lento, è vero, ma comunque ha il suo perché anche se non conosci appieno la discografia del Boss.
Beh, oggi Bruce Springsteen gode senza dubbio di una meritata e conquistata fama nel mondo della musica, tanto da riempire gli stadi come se niente fosse e lo fa con concerti dalla durata oversize, giusto per non scontentare nessuno che sennò poi alla fine ti cantano la canzoncina "se non suoni l'ultima, noi non ce ne andiamo".
Tuttavia per The Boss non è sempre stato così poiché i suoi primi due album furono due flop commerciali nonostante fossero dischi elogiati dalla critica.
Dovrà quindi arrivare il 25 agosto del 1975 (cadeva esattamente ieri l'anniversario del mezzo secolo) per far uscire BORN TO RUN, un album che vedeva alla produzione, come nuovo arrivo, anche Jon Landau, uno che ci sapeva fare abbastanza bene (sua è la famosa frase "ho visto il futuro del rocknroll e il suo nome è Bruce Springsteen") e, complice anche una campagna promozionale dai costi elevatissimi, ecco che finalmente Bruce viene notato...
Non dal sottoscritto però.
Si, perché qui avrei potuto facilmente millantare che già conoscevo anche i due album precedenti (chi poteva metterlo in dubbio?) e invece no, poiché Springsteen lo ascolterò per la prima volta su RADIO LUXEMBOURG
durante quelle pionieristiche ricezioni notturne sulle onde medie tra mille disturbi (unico modo e orario per poter ascoltare l'emittente in Italia) nel 1978 con il singolo BADLANDS che arrivava quindi dal suo quarto album di studio. Eh, lo so, erano passati ben tre anni dall'uscita di Born To Run, ma che volete farci?
Le FM di allora erano pregne di Pooh, Tozzi, Santo California, Luca D'Ammonio, Michele Pecora, Benito Urgu (alcuni di questi nomi a qualcuno faranno dire "chiii?"), la disco teutonica e quella francese (leggi ROCKETS), e invece del Boss non se ne parlava ancora tanto.
Poi, inutile dire, che, anche leggendo quel vangelo che era CIAO 2001, sono cresciuto anche insieme a lui e alle sue canzoni passando da quel doppio The River e poi quel top di album che è stato Born In The USA, che per i puristi era commerciale si, è vero, ma anche la svolta di Born To Run, con la mitica E-Street Band ormai consolidata, era stata ideata per acchiappare i circuiti di musica commerciale dato che non si vive di sola musica, ma serve anche qualche spicciolo da mettere da parte.
E comunque, se non fosse andata così, non avremmo avuto lo Springsteen che conosciamo, per cui ritengo che tutto sia andato per il meglio.
Buona Pasqua a tutti con anche oggi un po' di musica che arriva dallo storico Easter di Patti Smith, suo terzo album il cui titolo significa proprio Pasqua e contiene la meravigliosa BECAUSE THE NIGHT,
perla anomala in un disco che francamente non è tutto di facile ascolto come invece la canzone scritta da Bruce Springsteen e legata al programma di Enrico Ghezzi Fuori Orario che mi ha fatto conoscere diverse chicche cinematografiche (e so di non essere il solo) potrebbe indurre a pensare.
Ma sappiamo tutti che Patti è la poetessa del rock perciò chi la segue e la ama davvero (come uno slogan vintage dei jeans) va ad analizzare in primo luogo i testi delle canzoni, testi che parlano naturalmente del tema centrale del disco, cioè la ricerca spirituale e personale, mentre io, come fruitore standard, devo prima di tutto essere colpito dalla musica che arriva dalle canzoni stesse, e infatti la stessa regola è il motivo che mi ha fatto appassionare ai miei amati Beatles.
Canzoni quelle scritte da Patti che poi nel tempo, un attimo prima di entrare negli anni 80, prenderanno in parte una piega molto più easy cambiando anche il suo modo di impostare la voce, e sto parlando di due cose bellissime come FREDERICK e DANCING BAREFOOT (notare come quest'ultima anticipasse di brutto il sound grunge che arriverà negli anni 90) oppure PEOPLE HAVE THE POWER (ne esiste anche una famosa versione dance fatta dagli italiani Bliss Team), ma si tratta pur sempre di canzoni singole che nulla hanno in comune con quanto invece si ascolta in Easter, disco che ho messo su conoscendo anche qui, lo ammetto, solo quella canzone famosa per cui mi aspettavo qualcosa di simile.
E invece no, niente.
Qui per il resto delle tracce si sente molta rabbia lamentosa e incazzata, che poi è il vero tratto tipico di Patti, frequentatrice del famoso CLUB CBGB dal quale sono usciti anche i Blondie, i Talking Heads e i Ramones con tutt'altro spirito però.
Ripeto comunque che sicuramente per chi ama questo genere di musica, il disco può destare interesse anche preso in toto.
E ancora Buona Pasqua con le campane a festa nel finale del brano EASTER.
Sarà un post un po' lungo, ma giuro sempre meno di una serata di Sanremo, questo dove i punk o ex punk (come dice di esserlo stato anche Enrico Ruggeri) saranno in lutto per la scomparsa di Wayne Kramer,
chitarrista e uno dei fondatori degli MC5, band di Detroit antesignana di quello che sarà il movimento al quale apparterranno anche Sex Pistols e Ramones.
Wayne aveva 75 anni e la sua band era stata considerata un modello di ispirazione al pari dei Velvet Underground e degli Stooges, portando sul palco degli show particolarmente energici come si può sentire da questo brano live dal titolo KICK OUT THE JAMS. Sempre la musica, ma molto molto diversa, manda l'ultimo saluto ad Aston Barrett, bassista dei giamaicani Wailers e, con il fratello Carlton, arrangiatore dei successi di Bob Marley nei quali creava tutte le linee di basso e spesso contribuiva anche alla composizione.
Aston aveva 77 anni ed era soprannominato "family man" perché pare che avesse ben 41 figli, perlomeno dichiarati, poiché altre fonti ne citano invece più di 50.
Per il cinema invece ci lascia Don Murray, 94 anni, attore che ricevette la nomination per l'Oscar come miglior attore non protagonista, grazie al film Fermata D'Autobus con Marilyn Monroe, ma premio che gli venne soffiato da Anthony Quinn per Brama Di Vivere.
Don aveva anche uno stretto legame con l'Italia poiché nel dopoguerra aveva fondato un'azienda agricola in Sardegna.
E passando quindi per il nostro BelPaese abbiamo perduto anche lo sceneggiatore di fumetti Alfredo Castelli, 76 anni e autore di Martin Mystére, uno dei più noti dei numerosi titoli di casa Bonelli.
Altra sceneggiatura di successo, ma stavolta non italiana, è quella per il film THE PRESTIGE di Christopher Nolan, tratta molto liberamente dal romanzo di Christopher Priest, autore britannico di fantascienza deceduto ad 80 anni.
E già che oggi siamo in tema di addii, mandiamo anche le condoglianze a Bruce Springsteen poiché nei giorni scorsi è mancata la sua mamma, Adele Zerilli di 98 anni dalle chiare origini italiane e in questo toccante VIDEO li vediamo ballare insieme come quando il Boss ballava con l'allora ragazzina Courteney Cox sulle note di Dancing In The Dark. Addio Adele, Christopher, Don, Aston e Wayne.
Mentre oggi si celebra ovunque doverosamente il Giorno Della Memoria con manifestazioni di ogni genere, qui oggi, dove stiamo di solito più sul leggero e spesso anche caciarone come argomenti (ma per domani ho già un post a tema cinematografico bello pronto), secondo quanto mi permettono le mie competenze, oggi si parla invece di Claudio Baglioni che sta arrivando sulla Rai con A Tutto Cuore, il suo nuovo show, come annuncia già da un po' una promo fra un programma e l'altro senza però dirti quando, ma si parla del 14 febbraio, ovvero per San Valentino dove gli auguri col cuore sono di prammatica.
Nel frattempo mi sono ripescato (dalla memoria si, ma la mia) un suo disco doppio dal titolo Oltre, che Claudio aveva registrato negli studi di Peter Gabriel con il quale si erano conosciuti a Torino ad un concerto per Human Rights Now! dove il nostro cantante era stato fischiato perché tutti fremevano per sentire Springsteen, Tracy Chapman, Sting e Gabriel, appunto, e quest'ultimo era uscito a rimproverare gli stolti (vabbè che Baglioni faceva un genere molto diverso però la musica va sempre rispettata).
Disco quindi trainato dalla canzone DAGLI IL VIA, e dove qua e là partecipano anche i musicisti che solitamente collaborano con l'ex Genesis, ma nelle canzoni dell'album li troviamo solo uno alla volta, mai tutti insieme.
Anche perché già di suo è un lavoro pieno di ospiti come Pino Daniele, Manu Katche, Mia Martini, Paco DeLucia, Oreste Lionello, Youssou n'Dour (si, l'ho notato che molti di loro purtroppo non sono più tra noi).
Disco che si pone come apertura di una trilogia del tempo ideata da Claudio per raccontare qui il suo passato, mentre poi in Io Sono Qui canterà il presente e quindi in Viaggiatore Sulla Coda Del Tempo guarderà al futuro.
Grande produzione questa, ma con un difetto che mi facevano notare in molti amici all'epoca in cui l'avevo registrato su una cassetta da ascoltare in macchina, cioè che, secondo loro l'avevo registrato male perché non si capivano molte parole che Baglioni cantava, o meglio, sussurrava in diversi brani con un tono particolarmente sommesso e spesso sovrastato dai suoni degli strumenti tipo in QUESTO. Critica che in realtà era stata mossa veramente a Claudio e alla quale il cantautore rispondeva che in quei casi aveva cercato di rendere le parole parte dei suoni puntando sulla loro ritmica, un po' come fanno i trapper e rapper di adesso (il famoso flow), ma a quei tempi in cui il rap italiano era Jovanotti che le cose te le gridava forte a squarciagola, tale idea era sembrata forse un pochino troppo all'avanguardia.
A sua discolpa posso invece citare Anima Latina di Lucio Battisti, album del 1974, quindi ancora più vintage dove la voce del cantautore molto spesso mancava di "presenza" e si sentiva solo l'effetto eco come in lontananza tipo COSÌ. Anche lo stesso Mogol era rimasto interdetto sentendo le sue parole che aveva scritto con tanta cura alla fioca luce di un lumicino, missate in quel modo così insolito e, secondo molti, tutto sbagliato.
Ma Battisti era fatto così ed era già avanti con la sua idea di usare la voce come un semplice strumento, uno strumento che emetteva un suono da amalgamare con il resto.
E così aveva pensato anche Baglioni realizzando Oltre che rimane comunque un gran bel lavoro che ho riascoltato di recente in cuffia nella sana pace di una bella passeggiata nei boschi e lì le sue parole diventano un pochino più intelleggibili.
Ma poi, alla fine dei conti, un artista sarà o no padrone di decidere come fare un disco o deve uniformarsi ai gusti del pubblico?
Dato che se facessero così, tali artisti sarebbero poi definiti ruffiani (e ce ne sono, uh se ce ne sono), Claudio e tutti i musicisti che fanno la musica che preferiscono fare senza imposizioni, li vedo come riuniti in una delle canzoni dell'album che si chiama NOI NO.
Perché, come dice nella canzone, loro sono "sogni di poeti".
Il caro "vecchio" Boss lo ha mostrato spesso durante i suoi concerti di amare la musica vintage suonando diverse cover, in alcuni casi portando sul palco anche l'interprete originale a duettare con lui.
Ed ecco che arriva un nuovo album dal titolo Only The Strong Survive tutto dedicato alle cover soul, tipo quelle della Motown, ma anche cose più recenti come NIGHTSHIFT dei Commodores che, è vero, possono sembrare un po' fuori dal genere solito di Bruce, ma chi l'ha detto che si deve fare sempre la stessa musica?
Ditelo un po' a Neil Young se ne avete il coraggio, lui, che nella sua carriera ha fatto DAVVERO DI TUTTO dal country al rockabilly all'elettronica, ditelo a Bob Dylan, ai Beatles, Pink Floyd, Queen, Genesis, Yes. Eh, ma la lista degli artisti che durante la loro carriera hanno esplorato mondi musicali apparentemente a loro estranei sarebbe lunghissima.
Già lo stesso Springsteen era passato da potenti album energici a cose intimiste come Nebraska.
Perciò non stupiamoci troppo e godiamoci anche questo nuovo disco che suona però tutto vintage come questa CANZONE di Frank Wilson rifatta da Bruce la cui versione originale su 45 è uno dei dischi più rari e di valore al mondo perché pare ne esistano al massimo 5 copie. Forse una era nella cantina del Boss?