È la mattina del 12 ottobre 1946 e nei corridoi del Consiglio dei Ministri c'è un fermento terribile: l'Italia è appena diventata una Repubblica, la monarchia è un ricordo e la vecchia Marcia Reale è stata archiviata.
C'è solo un piccolo dettaglio: tra poche ore c'è una cerimonia ufficiale e lo Stato non ha una colonna sonora.
Il Ministro della Guerra, Cipriano Facchinetti, entra trafelato nell'ufficio del Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, sventolando uno spartito.
"Alcide! Abbiamo un’emergenza nazionale! Oggi pomeriggio giurano le Forze Armate e non abbiamo un inno. Che gli facciamo cantare, la canzone vincitrice del Festival di Sanremo?"
De Gasperi strabuzza gli occhi "Cos'è il Festival di Sanremo? Devono ancora inventarlo e Sal Da Vinci non è ancora nato...", quindi, con la calma dei forti, alza lo sguardo dalle sue carte.
"Cipriano, calmati. Non abbiamo tempo di fare un concorso pubblico. Cosa hai lì?"
"È il Canto degli Italiani. Scritto da Mameli nel 1847, musica di Novaro. Fa molto Risorgimento, è energico. Ascolta: Fratelli d'Itaaaalia..." intona Facchinetti, stonando vistosamente sull'acuto nonostante quel cognome che fa tanto Pooh.
"Va bene, va bene, approvato!" lo interrompe De Gasperi per salvarsi le orecchie. "Facciamo un decreto al volo. Però scrivici 'in via provvisoria'. Appena approviamo la Costituzione, l'anno prossimo, facciamo un bando serio, troviamo qualcosa di più moderno. Magari sentiamo Verdi, che è uno bravo, o qualcun altro.".
Il decreto viene firmato.
L'inno è provvisorio, come quando metti un divano letto comprato in attesa di arredare per bene la nuova casa.
Passano gli anni.
Arriva il 1948, la Costituzione entra in vigore, ma l'Inno di Mameli funziona bene, la gente lo impara.
Nel 1950, un solerte impiegato che chiameremo Umberto, come colui che su questa vicenda ci scriverà un libro, nota il fascicolo.
"Capo, ma qui c'è scritto che Mameli è provvisorio. Non dovremmo renderlo definitivo?"
Il capo guarda la pila di fogli sulla ricostruzione post-bellica, i fondi per le strade, le tensioni politiche.
"Umberto, l'Italia sta in piedi per miracolo. Finché i calciatori muovono le labbra prima delle partite, va bene così. Mettilo nel cassetto in basso. Poi ci pensiamo."
Il cassetto in basso diventa una dimensione spazio-temporale.
Passano i decenni.
Pertini presidente esulta in tribuna sulle note di un inno che legalmente ha lo status giuridico provvisorio, ma forse nemmeno Sandro ne è stato messo al corrente.
Nel 1990, durante le notti magiche di Italia '90, un giovane stagista del Parlamento ritrova il faldone, ormai ricoperto da tre dita di polvere risorgimentale.
"Scusate, ma lo sapete che l'Inno di Mameli non è l'inno ufficiale? È ancora provvisorio dal 1946!"
I deputati si guardano allibiti.
"Ma come? Ci abbiamo fatto dieci Olimpiadi! Va beh, dai, facciamo una legge la settimana prossima. Ora c'è la finanziaria."
Arriva il nuovo millennio.
C'è l'Euro, c'è internet, i telefoni diventano smart.
Mameli è sempre lì, abusivo ma amatissimo, sul podio dello spirito nazionale.
Ogni volta che un politico propone di ufficializzarlo, succede qualcosa: cade un governo, c'è una crisi mondiale, o semplicemente ci si dimentica.
Ormai i burocrati considerano la provvisorietà di Mameli un patrimonio culturale, come il Colosseo.
"Se lo rendiamo definitivo, si rompe la magia", sussurrano nei corridoi.
Finalmente, arriviamo al 15 novembre 2017. Il Parlamento italiano, con la rapidità di un bradipo centenario, decide che 71 anni di prova possono bastare.
Viene approvata la legge numero 181.
L'INNO DI MAMELI è, finalmente, l'inno ufficiale della Repubblica Italiana.
Si dice che nei sotterranei di Palazzo Chigi, lo spettro di Goffredo Mameli abbia tirato un sospiro di sollievo, esclamando: "Meno male. Cominciavo a pensare che non gli fosse piaciuto!".



In effetti visto che tutto è nato dai risultati di un referendum , "Per sempre sì" ci sarebbe stato benissimo come inno d'Italia... Bellissimo post, molto divertente, complimenti!
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