Ho fatto appena in tempo a dedicare un POST al leggendario concerto dei Queen a Budapest che questo non ti arriva al cinema in 4K IMAX?
Beh non subito eh (e non in tutte le sale), ma in occasione del 40° anniversario di questo momento storico, Sony Music ha annunciato che la versione restaurata in 4K del documentario sul concerto Queen Budapest sarà proiettata a partire dal 7 ottobre prima che la colonna sonora rimasterizzata venga pubblicata il successivo 30 ottobre su vinile (per gli audiomaniaci), CD e in formato digitale.
Eccallà... Brian e Roger continuano a darsi da fare.
Ma lo fanno bene?
Me lo chiedo perché per questa "nuova" versione la qualità sarà sicuramente ottima visto che a lavorarci è stato il team di Peter Jackson, quello del Signore Degli Anelli e, parlando invece di restauro, delle immagini del GET BACK sui Beatles, così nitide (come anche l'audio) che ti pareva di essere in sala prove con loro.
Ma i contenuti sono esattamente gli stessi. Nel senso che la versione audio dovrebbe essere completa di tutti i brani, mentre quella video invece non offre nulla di più dell'edizione precedente del concerto.
Nel Blu-ray non sarà presente nessun documentario sul viaggio dei Queen a Budapest, nessuna nuova intervista o contenuto extra (cose che invece fanno sempre piacere trovare).
Certo, andare al cinema a vederlo in una sala con l'audio come si deve sarà pur sempre una gran cosa.
Ma parliamo anche di come si presenta il prodotto: Hungarian Rhapsody aveva una foto di Freddie francamente mediocre in cui pareva uno dei tanti imitatori che si trovano nelle sempre più numerose tribute band, ma perlomeno mostrava un font stupendo esattamente in linea con l'anno 1986 della band; questo invece (con un nuovo titolo, ma perché poi? Era così bello l'originale) ha una foto splendida, ma un font che non c'entra nulla piazzato lì a muzzo.
E di queste cose ne avevo già parlato per esempio per le edizioni home video di ROLLERBALL, dei film di 007 e altri.
The Doors: The Final Cut è la versione restaurata in 4K con audio Dolby Atmos del celebre film biografico diretto nel 1991 da Oliver Stone.
Anche questo film, come Il Castello Di Cagliostro, è tornato nelle sale negli stessi giorni e se l'avete perso mi spiace, ma mica posso pensare io a tutto eh...
Scherzi a parte il film racconta l'ascesa, gli eccessi e la morte a soli 27 anni di Jim Morrison, interpretato da un memorabile Val Kilmer, ripercorrendo la vita di Jim dalla fondazione della band a Los Angeles insieme a Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore.
C'è naturalmente anche il rapporto tormentato con Pamela Courson (Meg Ryan), ma Stone ci mostra in particolare la deriva autodistruttiva del cantante, tra uso di sostanze allucinogene, poesia e provocazioni pubbliche, fino alla morte a Parigi.
Val Kilmer ha anche registrato personalmente gran parte delle parti vocali, sovrapponendole o affiancandole ai nastri originali della band, i cui membri originali rimasero stupiti per la verosimiglianza fisica e scenica con cui l'attore aveva portato in scena il loro leader.
Per dire... è difficile a prima vista capire quale delle due foto di Jim e Pam mostri gli attori e quale invece sia vera.
Più che un'interpretazione sembrava una vera e propria reincarnazione del Re Lucertola, cioè tutt'altra cosa rispetto al Freddie Mercury di Rami Malek che, messo a confronto con Val, pareva un partecipante di Tale E Quale Show (con tutto il rispetto per il FILM che comunque avevo apprezzato).
Comunque, miei "cavalieri della tempesta", non disperate perché il film è anche disponibile a noleggio su Prime Video, anche se per la resa migliore dell'audio, specialmente in casi come questo, rimane sempre la sala il posto più adatto.
Se, dopo Freddie Mercury, vai a toccare un altro mito come Michael Jackson, è inevitabile che si scatenino le critiche dei fans
specie quelli così convinti di sapere tutto del loro idolo al punto di essersi già fatti da soli nella loro testa un film personale.
Questi, vedendo al cinema la pellicola diretta da Antoine Fuqua, avranno pensato subito che questa cosa non va bene e quest'altra manca.
Certo, in effetti i salti temporali sono parecchi e non troviamo traccia di U.S.A. FOR AFRICA (momento importantissimo ed epocale) e nemmeno di Paul McCartney (manca anche Janet Jackson, la più piccola della famiglia, lei però per suo esplicito volere), ma per metterci tutto forse ci saremmo sorbiti almeno tre ore di film, fermo restando che la storia raccontata qui si ferma al trionfale Tour di Bad, mentre sappiamo bene che in seguito la vera storia avrebbe preso una piega molto diversa.
Storia che sull'ultima inquadratura una didascalia annuncia che infatti continua.
Non è detto che per questo ci sia davvero in previsione un sequel sul grande schermo seppure si sappia che il materiale rimasto fuori dal montaggio definitivo ci sia già girato bello pronto.
Tuttavia il problema del film non è l'essere bello o no, perché per me è stato un bel film visto con piacere, ma piuttosto, come era già accaduto in BOHEMIAN RHAPSODY, viene da chiedersi se sia davvero utile e necessario rifare tali e quali le scene da videoclip (per esempio THRILLER) e live.
Certo, mentre le guardi pensi "Wow! È uguale!", ma a me subito dopo è salito quel maledetto dubbio che questa fotocopia non sia altro che un esercizio di stile per dimostrare quanto Jafaar Jackson (che è il nipote di Michael) sia somigliante e bravo a ballare come lo zio.
Altro piccolo problema secondo me è il sorriso ebete che il ragazzo tiene per almeno la metà del minutaggio come se fosse sempre sulla copertina di Off The Wall,
il primo album solista del nostro Re del Pop.
Ma, ve lo confesso, non ho mai vissuto fianco a fianco con Michael, perciò magari lui era davvero così tutto Sorrisi E Canzoni...
(Hahaha! Sono scemo, lo so)
Ma attenzione perché il problema più grande per noi è come Jafaar è stato doppiato in italiano da Francesco Ferri con un atteggiamento tutto gnegné che sembra la parodia di Michael vista in SCARY MOVIE 3.
si sente che Jafaar tiene una intonazione leggera, ma molto più credibile e lo possiamo dire perché il vero Michael lo abbiamo sentito parlare diverse volte come nel videoclip di Thriller e nel dialogo con Paul McCartney (rieccolo) in THE GIRL IS MINE che nel film non sentirete.
Detto tutto questo, il film ha dalla sua di essere piacevole senza farti mollare mai l'attenzione, grazie ad un'ottima regia e infatti con Fuqua abbiamo già avuto esperienze positive anche raccontate QUI con film del tutto differenti.
In effetti in seguito ce ne saranno altri di matrimoni eclatanti, ma allora, quello che la Metro Goldwyn-Mayer trasmise in diretta il 19 aprile del 1956 sui suoi canali tv,
fu davvero un evento poiché l'attrice hollywoodiana Grace Kelly, che era stata diretta da Hitchcock in La Finestra Sul Cortile e Caccia Al Ladro, diventava moglie del Principe Ranieri III di Monaco.
La cerimonia mandata in onda era quella religiosa, mentre quella civile si era tenuta il giorno prima.
Grace, bellissima senza alcun dubbio, era già prima di diventare principessa un'icona di stile, e in tempi molto più recenti il cantante libanese Mika l'ha messa come TITOLO della sua canzone più famosa in cui ironizzava sui discografici che impongono agli artisti look e comportamenti. Cosa che era capitata personalmente a Mika ad inizio carriera e infatti nel testo della canzone si dipinge come un cantante che prova ad ispirarsi prima a Grace e poi a Freddie Mercury per cercare di compiacere quelle famose case discografiche.
Discorso che già nel 1973 era stato messo in canzone da Enzo Jannacci e Cochi & Renato in CANZONE INTELLIGENTE, che molti ora conoscono come spot dell'Eurospin, e nella quale dicevano che "la casa discografica vestiva il cantante come un deficiente per sbatterlo sul mercato", ed è da non dimenticare anche IL GATTO E LA VOLPE di Edoardo Bennato rivolta in particolar modo ai manager che spesso si rivelano avidi e si intascano più denaro dei cantanti da loro protetti.
Difatti era con questo ARGOMENTO che Freddie Mercury apriva il capolavoro dei Queen del 1975 A Night At The Opera. Insomma... Storie di tutti i giorni... che mi portano a divagazioni apparentemente senza senso, ma tutto sommato un senso lo dovrebbero avere.
Springsteen - Liberami Dal Nulla è un film che racconta il Boss
in quel periodo successivo al grande successo di The River, un album doppio che tutti dovremmo avere.
Il nostro Bruce lo vediamo all'inizio bello carico con tutta la E-Street Band sul palco in chiusura del tour, dopodiché cade in depressione con i ricordi del rapporto padre-figlio che riaffiorano, e si ritira in una casa isolata a tirare giù canzoni scarne con voce e chitarra che costruiranno la tracklist di Nebraska su un registratore a 4 piste tra le perplessità di Jon Landau, il produttore, e tutto lo staff che lo segue.
Ma non solo, poiché nel mucchio Bruce scrive anche dei brani che poi, opportunamente arrangiati con la band al completo, finiranno due anni dopo in Born In The USA, ovvero il suo più grande successo commerciale.
Se sorvoliamo sul fatto che Jeremy Allen White nel film assomiglia più ad un giovane Dustin Hoffman che al vero Springsteen, e su quelle ripetute pose storte che tiene da seduto mentre conversa che mi sono parse un pò forzate
(ho contato almeno quattro scene praticamente identiche), c'è di buono che ha cantato lui davvero le canzoni come Timothee Chalamet aveva fatto in A COMPLETE UNKNOWN, il film su Bob Dylan anche lui ritratto in un preciso e circoscritto periodo della sua carriera.
Carina la scena in cui balla con sua madre e che in pratica cita un video di pochi anni fa diventato virale.
Film questo che magari non ti riempie le sale come ROCKETMAN e BOHEMIAN RHAPSODY, anzi l'ho visto di recente programmato in un cinema d'essai di quelli dove ti trovi con pochi cinefili intorno, ma perlomeno l'audio era ottimo, e che è lento, è vero, ma comunque ha il suo perché anche se non conosci appieno la discografia del Boss.
Il 21 novembre del 1975 usciva nei negozi A Night At The Opera,
il quarto album dei Queen noto per contenere quel pezzo immortale che è Bohemian Rhapsody della cui PUBBLICAZIONE avevo parlato in un post pochi giorni fa.
Ma ovviamente nel disco, bellissimo dall'inizio alla fine, c'è molto altro come l'invettiva lanciata al loro vecchio manager che si intascava tutti i soldi e che sotto forma di DEATH ON TWO LEGS apre con suoni letteralmente da paura la tracklist.
Per passare poi all'amore cantato e dichiarato di Roger Taylor per la sua macchina con I'M IN LOVE WITH MY CAR fino ai virtuosismi di Brian May in GOOD COMPANY dove con la sua chitarra opportunamente effettata simula i fiati di una intera dixie band.
Impresa questa che, parole sue, non rifarebbe mai più viste le ore passate a sovraincidere e sovraincidere più volte. Però ne era valsa la pena eccome.
Tra l'altro Brian lo sentiamo anche suonare l'arpa in LOVE OF MY LIFE, un brano che dal vivo ha sempre fatto cantare in coro tutto il pubblico con un effetto da pelle d'oca.
E il bassista John Deacon sempre così poco appariscente?
Beh, intanto per questo disco ha scritto la sua prima canzone dedicata a sua moglie YOU'RE MY BEST FRIEND, dove, oltre al basso, ha suonato anche il piano Wurlitzer da quel suono particolare che useranno anche i Supertramp. E poi la stessa canzone è stata anche scelta per essere pubblicata come secondo singolo.
Ogni tanto fra un pezzo e l'altro poi fa capolino Freddie con intermezzi stile charleston oppure vintage o con effetto grammofono, ottenuto questo registrando con un microfono l'audio secco gracchiante che usciva da un paio di cuffie, oppure gioca con il delay in THE PROPHET'S SONG.
L'idea iniziale era stata in realtà di fare un doppio album perché il materiale c'era in abbondanza, ma poi venne preferito lasciare il resto per il successivo A Day At The Races, che si presenterà con la copertina nera come antitesi di questa bianca (bianca e nera erano anche le due regine e side di QUEEN II), e con un disegno simile sempre composto dai loro segni zodiacali e ideato da Freddie.
Insomma un disco perfetto da avere in casa assolutamente.
Compie invece oggi 60 anni Bjork
che con i Queen non c'entra nulla ma gli auguri glieli faccio più che volentieri essendosi anche dedicata al cinema oltre che alla musica.
Chi mai avrebbe potuto interpretare in un film "Weird" Al Yankovic se non l'attore che dopo Harry Potter abbiamo visto nelle situazioni più "weird" al cinema, ma anche in teatro, ovvero Daniel Radcliffe?
Ed è su Prime Video questo film che racconta la vita del musicista specializzato in parodie di brani famosi con il testo modificato, un pò come faceva il QUARTETTO CETRA in quei musical per la tv dove rivisitavano i classici della letteratura cantando.
Cioè, non siamo davanti ad un biopic che "vorrebbe" essere realista come BOHEMIAN RHAPSODY, oppure musical come ROCKETMAN e nemmeno scimmiesco come BETTER MAN, perché il film racconta si di Yankovic, ma lo fa in maniera completamente surreale inventando, sovvertendo gli eventi reali mettendoli anche al contrario (Michael Jackson nel film avrebbe copiato la sua Eat It) con però qualche spunto vero come quello di Madonna che si racconta sperasse davvero in una sua parodia.
E l'avrà con Like A Surgeon, ma mica c'era stata la relazione tra i due e tantomeno l'incontro con Pablo Escobar.
Una scena in particolare però, e se avete visto il film avrete già capito quale, mi ha mostrato chiaramente un omaggio al nostro cinema italiano ovvero VIENI AVANTI CRETINO!, o magari è solo un caso, ma davvero sembrava di rivedere il film con Lino Banfi e MOANA POZZI più o meno agli esordi e comunque ancora vestita.
Il vero Al, oltre ad apparire nella tv che manda il videoclip di Eat It, interpreta uno dei due cinici discografici ai quali Daniel propone i suoi demo, e lo vediamo di nuovo poi sui titoli di coda in alcuni gustosi fotomontaggi.
Insomma tutto il film, dove anche il finale è tutta invenzione, non è altro che una collezione di parodie (per esempio su Jim Morrison quando venne arrestato per atti osceni sul palco) e il bello è riuscire a coglierle tutte.
Super consigliato, ma prima di vederlo ricordate quanto sono canaglia, eh!!!
(era il 6 per la precisione), l'ultimo album dei Queen "assemblato" però dopo la morte di Freddie Mercury... e si sente.
Non che sia un brutto disco, anzi, tutt'altro e ve lo propongo in questo sabato, ma già ad una prima occhiata alla tracklist ci si può accorgere di quanto riciclo ci sia dentro a partire già dal singolo HEAVEN FOR EVERYONE promosso allora dalle radio. La canzone infatti era stata incisa a livello di demo cantata da Freddie ancora nel pieno delle sue forze vocali come si può sentire, ma poi era rimasta fuori da ogni disco della band, così il drummer Roger Taylor, che ne era l'autore, l'aveva utilizzata alla fine degli anni 80 per il suo gruppo parallelo THE CROSS dove cantava e suonava la chitarra ritmica invece della batteria. Ripresa in mano la traccia vocale di Freddie, i superstiti Brian, Roger e John l'hanno completata per questo disco.
Anche le altre canzoni hanno dietro storie diverse come I WAS BORN TO LOVE YOU che era già stata il singolo estratto da Mr. Bad Guy, primo e unico album solista di Freddie, perché Barcelona era pure quello senza il resto dei Queen, ma in coppia con Montserrat Caballè, e qui, di nuovo sulla stessa traccia vocale, viene risuonata dagli altri tre migliorandola notevolmente come si sente in questo video montaggio di spezzoni fatto ad arte per mostrare la band tutta insieme (la versione di Freddie solista era tutta synth a tratti pure pacchiana), oppure TOO MUCH LOVE WILL KILL YOU, uscita in precedenza come singolo solista di Brian May nel 1992. Tutto il resto propone brani in cui le parti già registrate da Freddie vengono arricchite e completate dagli altri tre Queen per dare una parvenza di prodotto complessivo costruito dal gruppo.
Ma da allora ovviamente non sarà più così.
Certo che adesso, ai giorni nostri, con questa maledetta(?) intelligenza artificiale, potrebbe anche essere possibile realizzare tutto un nuovo album inedito con la voce di Freddie, ma sinceramente spero che questo non accada mai.
P.s. giovedì mattina ci ho BECCATO sulla eliminata di X-Factor!!!
Mentre c'è fermento per i nuovi quattro film che comporranno la quadrilogia sui Beatles diretti da Sam Mendez e che non mancherò di sicuro per il prossimo 2028, c'è un altro fermento certamente meno collettivo, ma comunque per cultori, riguardante Spinal Tap II: The End Continues,
ovvero il vero sequel dell'esilarante PRIMO FILM sempre diretto da Rob Reiner che narrava le disavventure di una band inesistente, ma che fra le altre cose era apparsa anche sul palco del Freddie Mercury Tribute.
Intanto se conoscete il primo film capirete subito perché nel teaser trailer ufficiale "II" sia scritto in quel modo, e per ogni altro riferimento a quel film avevo già dedicato UN POST tempo fa, mentre per il nuovo sequel (quello vero, perché ce ne sarebbe un altro, ma non ufficiale e uscito solo per la tv) non ci resta che aspettare settembre alzando il volume degli ampli a 11 e oltre...
Quelle tutine aderenti aperte sul petto che Benson Boone indossa nelle sue performance musical-acrobatiche mi avevano già ricordato certe mise del periodo (per me) migliore di Freddie Mercury (quello pre-baffi), ma finora l'accostamento era stato solo marginale.
Finché Benson (che invece i baffi già li porta adesso) al Coachella non ha eseguito una monumentale BOHEMIAN RHAPSODY che suppongo sarà ricordata in futuro come una delle migliori cover mai portate su un palco. Con un piccolo neo però, poiché quando parte l'assolo di chitarra e arriva una "sorpresa" dato che monta su da sotto con un elevatore nientemeno che Brian May in persona con la sua Red Special, nelle intenzioni doveva essere un momento da far tremare il palco tipo con un'ovazione da paura, mentre il pubblico che frequenta il Coachella Festival forse non è così attento ai particolari (e chiamalo particolare il Brian), ma piuttosto sta lì per vivere un'esperienza in stile Woodstock e quindi, nonostante Benson cerchi con tutte le sue forze di far puntare l'attenzione sul chitarrista dei Queen, non accade niente.
Strano, eppure la canzone la conoscono anche i sassi.
Esatto!
La canzone si, e anche quella figura iconica baffuta che è stato Freddie la conosce anche il ragazzino che balla la techno e magari ne indossa anche una t-shirt che lo raffigura col giubbotto giallo di Wembley,
ma il frontman è stato una figura talmente forte che alla fine ormai molti identificano i Queen con il solo Mercury, dimenticando quel capellone ricciolone così bravo a suonare la chitarra costruita dal suo papà, il biondo batterista con l'acqua sui tamburi (Roger Taylor)
e soprattutto il riservato e silenzioso bassista (John Deacon) che da tempo ha mollato definitivamente i compagni di viaggio in favore di una vita da pensionato, ma di lusso poiché guadagna tuttora sui diritti delle canzoni dato che per la band ne ha scritte molte anche lui e, anzi, alcune rimangono tra le più belle.
Qualche titolo? Another One Bites The Dust, I Want To Break Free, Spread Your Wings e molte altre.
Aria di casa mia, direbbe Freddie Mercury se fosse ancora fra noi a leggere questo post, citando le parole di una CANZONE di Sammy Barbot sigla di un programma televisivo degli anni 80 e che, se non ve la ricordate, vi rinfresco la memoria in quattro e quattr'otto.
Si, perché il frontman dei Queen era nato a Zanzibar nel lontano 1946 e tale repubblica è legata in qualche modo alla giornata odierna di ponte tra il 25 aprile e il weekend, poiché 60 anni fa, ovvero il 26 aprile del 1964, venne unita alla Republica di Tanganica formando lo stato di Tanzania.
Ma laggiù in Africa nessuno deve aver dimenticato quel ragazzino con i denti prominenti
che a scuola brillava nel disegno (le copertine di A Night At The Opera e A Day At The Races sono sue) e anche nello sport, tant'è che tuttora a Zanzibar è conservata la casa dove Freddie, quando ancora si chiamava Farrokh Bulsara, aveva vissuto prima di trasferirsi nel Regno Unito dove poi avrebbe fatto la storia (e che storia! direbbe Marco Della Noce).
Casa modesta che ora è un museo come si vede dalla foto.
È pur vero che i giornalisti universalmente noti per non farsi mai gli affari propri, all'arrivo sulle scene di questa band molto ambigua e, secondo loro, pretenziosa, vennero presto a sapere delle vere origini del ragazzo e non si risparmiarono con le critiche verso di lui per essersi spacciato come britannico.
Anche perché già avevano il dente avvelenato per il fatto che, sempre secondo loro, volevano essere i nuovi Led Zeppelin.
In sua difesa Roger Taylor diceva invece che il nome d'arte scelto da Freddie era più adatto per il contesto rock musicale in cui si trovavano e, tra l'altro, capitava che fosse spesso già chiamato con quel nome alla scuola che frequentava a Zanzibar che era un collegio britannico scelto per dargli una migliore istruzione.
Certo il cognome Mercury, quello invece era stata una trovata di Freddie che, in occasione del debutto, decise di darsi un tono facendo la parte del messaggero greco degli dei che era Mercurio, il che non era certo un basso profilo, ma un frontman deve avere sempre qualcosa di speciale, no?
Era già da aprile che si parlava di questo evento che finalmente ha aperto i battenti a Londra dove Sotheby's, la famosa casa d'aste che l'anno prossimo compie ben 280 anni, ha voluto ricreare la casa londinese di Freddie Mercury per esporre centinaia di oggetti che faranno la gioia dei fans più accaniti (e, diciamolo, anche un po' feticisti).
Si tratta infatti di oggetti anche molto, molto personali come un pettine per baffi in argento di Tiffany & Co., mentre altri sono più "normali" come i testi scritti a mano di We Are The Champions e Killer Queen che arrivano tutti dalla casa di Freddie a Londra, Garden Lodge, e sono stati custoditi dalla sua cara amica (ed ex compagna) Mary Austin dopo la sua morte nel 1991.
Tali oggetti saranno esposti al pubblico per un mese e poi venduti all'asta con prezzi che vanno da 40 sterline a diversi milioni di sterline.
Il pezzo forte dell'asta è naturalmente il prezioso pianoforte nero Yamaha di Mercury, stimato tra 2 e 3 milioni di sterline (da 2,5 a 3,8 milioni di dollari), su cui ha composto l'epica BOHEMIAN RHAPSODY dei Queen nel 1975 (e non solo quella)
nel cui videoclip riprendono la famosa macabra copertina del secondo album.
Altri oggetti in vendita includono la corona e il mantello di Freddie, indossati in tour nel 1986, stimati tra 60.000 e 80.000 sterline, e i testi scritti a mano di WE ARE THE CHAMPIONS,
la hit del 1977, che ha una stima di 200.000-300.000 sterline, mentre quello di KILLER QUEEN dal loro terzo album Sheer Heart Attack, ha un prezzo di 50.000-70.000 sterline. Gli oggetti saranno messi all'asta in sei vendite, con una stima totale di 7,5-11 milioni di sterline.
Per vedere Stramorgan su Raiplay sono partito per caso dall'ultima puntata dove venivano messi a confronto Lucio Battisti e David Bowie, artisti molto diversi, ma che alla fine scopri che avevano diversi punti di contatto e non solo per quella COVER fatta da Mick Ronson di cui avevo raccontato diverso tempo fa.
In effetti Bowie aveva inciso anche una versione italiana di Space Oddity il cui testo (tremendo) era stato tutto inventato da Mogol, il fido paroliere di Lucio, parlando banalmente di amori adolescenziali invece di basarsi sul problemino che aveva il Maggiore Tom in missione spaziale, ed era così diventata RAGAZZO SOLO, RAGAZZA SOLA, ma stranamente questo non è stato raccontato né da Morgan né da Pino nella puntata che comunque è stata forse la migliore delle quattro. E per fortuna ho cominciato da quella puntata, perché se partivo dalla prima dove i due artisti a confronto erano invece Domenico Modugno ed Elvis Presley forse non avrei retto del tutto bene le elucubrazioni in cui Morgan si produce per tutto il tempo, anche tenuto conto del fatto che Modugno, il vero tema della puntata, lo sento molto distante dai miei gusti dato che l'unico disco di Domenico che mi piaceva (e che possiedo pure) è L'AVVENTURA, sigla dello sceneggiato Scaramouche (visto non nel 1965, ma nelle repliche e comunque c'è su Raiplay) in cui recitava il Mimmo e che finirà pure come Lato B di quella hit strappalacrime dal titolo Piange Il Telefono (con consecutivo e omonimo film).
Mentre Morgan racconta, arrivano in studio ospiti vari per duettare col padrone di casa e non sono solo legati al tema della puntata, perlomeno non direttamente, come, per esempio, l'ex Spandau Ballet Tony Hadley che esegue Through The Barricades oltre a NO TIME NO SPACE di Battiato giusto perché era da quelle parti in tour (e come canta ancora il Tony!!!). Per fortuna quindi le puntate successive hanno corretto un po' il tiro, ma la cosa più strana di tutto lo show è però la "presenza" di Pino Strabioli, perché sì che dovrebbe essere un programma diviso tra Pino Strabioli e Morgan, e infatti il titolo unisce i due nomi insieme, senonchè l'ego di Morgan è veramente "stra" e deborda ogni volta che si trova davanti ad un microfono quando parte a spiegarti l'intenzione dell'autore in quella certa canzone, che si tratti di uno o dell'altro protagonista della puntata, tanto che di Pino ne perdi spesso e volentieri le tracce.
E comunque ne sa Morgan, nel senso che non si è preparato la lezioncina da ripetere a memoria davanti alla telecamera.
No, quella è roba che ha lui dentro a quella sua testa anche matta che ogni tanto va per conto suo come QUELLA FAMOSA VOLTA a Sanremo con Bugo.
Può apparire arrogante per questo suo modo di fare, però mentre parla ti accorgi che ormai ti ha preso nella sua rete e lo stai ad ascoltare pendendo dalle sue labbra e nel momento che comincia a cantare lo perdoni anche per quella sua voce così afona e che i tecnici cercano di aiutare con effetti speciali che ben poco riescono a migliorare.
Ma lo perdoni perché in quel momento lui sta cantando col cuore, come quella volta che è stato sommerso di critiche per aver realizzato uno special sui Queen cantando le canzoni di Freddie, ed una delle quattro puntate è proprio dedicata a lui a confronto con Umberto Bindi (in realtà molto Bindi e solo un pizzico di Queen) mentre l'altra ancora vede protagonisti Franco Battiato (come ho detto prima) e Brian Eno (pure qui molto più Battiato).
È vero che cantate con quella voce ruvida quelle stesse canzoni di Freddie fanno un'altro effetto, però a mio parere è stato sempre meglio di vedere tanti sosia baffuti
(alcuni molto bravi, ma altri spesso improbabili) che si strizzano le corde vocali per cercare di arrivare a quei livelli che solo quella band ha raggiunto (ascoltare i PRIMI TRE ALBUM che roba dell'altro mondo sono) e parlo della band con Freddie, Brian, John e Roger (lui con i suoi "screams"), non di quella che stanno portando in giro i due Queen rimasti (John Deacon sta bene, ma non ha la minima intenzione di suonare senza Mercury preferendo godersi la pensione).
Insomma, se a Morgan piace raccontare le sue passioni musicali e a noi piace ascoltarle, abbiamo trovato la quadratura del cerchio, no?
Son tre decadi che Freddie Mercury non è più tra noi, eppure non se n'è mai andato, non è mai stato dimenticato. Anzi se è possibile, il suo mito è diventato ancora più grande con la sua assenza (un po' quasi come diceva Nanni Moretti).
Il top, dopo band tributo, musical, raccolte di successi, documentari e programmi tv dedicati, probabilmente è stato raggiunto con il film BOHEMIAN RHAPSODY andato in onda ieri sera su Rai1, prodotto criticato da molti per la non corretta rappresentazione di certi eventi, ma ne ho già parlato e spiegato come la vedo io proprio QUI.
Brian May e Roger Taylor (John Deacon no perché per lui i Queen finivano con il grande concerto tributo del 1992 e da allora si è ritirato) dopo la dipartita di Freddie hanno proseguito a suonare con il nome del gruppo, prima con Paul Rodgers e poi con Adam Lambert, che per carità, sono bravissimi a cantare, ma Mercury non era solo voce; era fisicità, sensualità, ruffianeria anche, cioè tutte cose che nessuno di loro invece ha dentro, perché non sono cose che impari così da zero se non le hai.
Ma in Freddie c'era anche una strana aria di timidezza che lui nascondeva mostrandosi sfrontato, spavaldo e arrogante sul palco, mentre fuori, nei suoi momenti intimi era pieno di insicurezze, prima fra tutte la sua sessualità, i suoi gusti che, lui per primo, non era ben riuscito a definire, uniformandosi poi allo streotipo gay di cuoio e baffoni, anche se in passato aveva avuto anche relazioni etero.
In verità, l'immagine anni 80 di Freddie in canottiera con i baffi e i capelli corti è quella che è diventata parte dell'iconografia dei Queen e punto di riferimento per ogni band tributo di ogni parte del mondo, mentre per me ha segnato un cambio nella loro musica che non ho mai apprezzato completamente, essendo io un accanito sostenitore della bellezza inarrivabile dei loro album degli anni 70 che presentavano un rock operistico, sinfonico, con qualcosa che derivava dai LED ZEPPELIN, senza dubbio, ma senz'altro molto più originale dei prodotti più recenti della band.
Non per niente in quegli anni 70 ognuno di loro, con un lavoro titanico, faceva svariate sovraincisioni per aggiungere suoni, voci ed effetti prima di arrivare alla versione definitiva di ogni brano e questo si sente perché invece di un gruppo di 4 elementi sembrano 40, e in quel periodo li ascoltavo (non solo loro) con un paio di mastodontiche cuffie isolanti Pioneer
immergendomi completamente in quei suoni.
Certo poi le versioni suonate dal vivo erano molto più scarne, ma non perdevano comunque di forza e vitalità e lo testimoniano due stupendi live pubblicati, oltre che su cd, anche in blu-ray, cioè Live At The Hammersmith e LIVE AT THE RAINBOW.
Consiglio ovviamente di "vedere" i video, non solo ascoltare il disco, perché era proprio lì che Mercury giocava tutte le sue carte con il "suo" pubblico dandosi completamente con la voce, ma anche con il corpo.
Ed ora in chiusura, per ricordare Freddie, piuttosto che ascoltare dei Queen veri al 50%, preferisco le voci di Roger e Brian che interpretano loro stessi con le loro voci due canzoni che hanno suonato più e più volte quando c'era ancora il loro amico: LOVE OF MY LIFE(con piccola sorpresa sul finale) e RADIO GAGA.And all we are sayin': God Save The Queen.