Ricordate un pò di tempo fa che su queste pagine abbiamo parlato del TRIO LESCANO?
Bene, su quello stile, ma quasi vent'anni dopo, le britanniche Beverley Sisters, che sono state attive soprattutto tra gli anni '50 e '60, sono diventate famose come il primo "girl group" del Regno Unito, probabilmente solo perché le Spice Girls ancora dovevano nascere.
Le sorelle, rinomate per le loro perfette armonizzazioni, erano: Joy Chinery (nata nel 1924 e scomparsa nel 2015), e le gemelle Teddie e Babs Chinery nate nel 1927.
Babs era deceduta nel 2018 e nei giorni scorsi anche Teddie se n'è andata dopo aver raggiunto i 99 anni.
Ecco il motivo per questo sabato di MUSICA REVIVAL così vintage (ma non solo).
Prima di cantare professionalmente, le sorelle lavoravano come segretarie e furono scoperte durante la Seconda Guerra Mondiale cantando per uno spot pubblicitario.
Hanno debuttato alla BBC Radio nel 1944 tenendo un loro show per ben sette anni e il loro stile è stato spesso paragonato a quello delle famose Andrews Sisters americane che erano contemporanee del succitato Trio Lescano e che Christina Aguilera ha omaggiato triplicandosi digitalmente nel videoclip di CANDYMAN.
Le loro canzoni più iconiche sono Sisters (lassù in alto il brano), e alcuni classici natalizi (si, fa un pò strano parlarne a giugno con il caldo che si è scatenato) come LITTLE DONKEY e I SAW MOMMY KISSING SANTA CLAUS, canzoni che contano anche versioni più moderne come, per esempio, QUEST'ULTIMA reinterpretata da John Mellencamp con uno spirito decisamente più country rock. Le Beverley Sisters hanno poi continuato ad esibirsi per decenni, spesso ospiti di programmi televisivi, e nel 2006 ciascuna di loro è stata nominata MBE (Membro dell'Ordine dell'Impero Britannico) dalla Regina Elisabetta II un bel pò di tempo dopo i Beatles, ma, a differenza dei quattro di Liverpool, non ci fu nessuna POLEMICA a riguardo.
Piaciuto il viaggio di oggi nel passato musicale molto remoto e anche un pò più recente?
In chiusura, non c'entra con le sisters, ma ci ha lasciato ad 86 anni anche l'artista degli effetti speciali Brian Johnson (omonimo del vocalist degli AC/DC), noto soprattutto per le miniature di SPAZIO 1999
(sue sono le iconiche Aquile), Alien e L'Impero Colpisce Ancora.
E comunque era tutto un preambolo per concludere dicendo: goodbye Teddie & Brian.
Il 19 giugno del 1996 al Caesars Superdome di New Orleans (allora Louisiana Superdome), trasformato per l'occasione nello spazio più grande mai allestito per una prima cinematografica Disney, si è tenuta la première del film Il gobbo di Notre Dame,
34º Classico Disney, mentre l'uscita ufficiale nelle sale cinematografiche statunitensi avverrà due giorni dopo, il 21 giugno.
In Italia invece il film è arrivato nelle sale ancora qualche mese dopo, il 6 dicembre 1996, in vista delle festività natalizie come tradizione.
È una delle opere più mature della Disney che stavolta porta in scena le atmosfere oscure del romanzo di Victor Hugo con qualche piccola modifica (Frollo qui, per non infastidire i religiosi, non è un arcidiacono, ma un giudice), cosa che è stata una vera e propria sfida essendo pensato comunque come un prodotto per bambini.
L'evento ha avuto una portata colossale con una parata e uno spettacolo musicale trasmessi in TELEVISIONE su Disney Channel e se allora non lo avete visto, nessun problema perché ve lo recupero io. Piccola curiosità su Cyndi Lauper che essendo stata contattata per il doppiaggio, aveva pensato che le dessero il personaggio di Esmeralda, mentre poi ha scoperto che la volevano per dare la voce ad un Gargoyle.
Tuttavia, dopo alcune prove, la cantante non è risultata idonea e quindi il suo ruolo è stato dato ad un'altra doppiatrice, mentre i ruoli dei protagonisti sono stati affidati a Tom Hulce (voce di Quasimodo ed ex Amadeus per Milos Forman) e Demi Moore (voce di Esmeralda e per lei credo non serva aggiungere altro).
Personaggi protagonisti che per noi invece hanno avuto le voci, sia cantanti che recitanti, di Massimo Ranieri e Mietta (dududú dadadà),
mentre di solito le parti cantate e recitate vengono eseguite da due voci differenti.
Infatti nella versione originale Demi Moore nel canto viene sostituita da Heidi Mollenhauer, cantante professionista di cabaret, mentre Hulce ha eseguito lui stesso i brani.
Nel caso di Massimo Ranieri e Mietta invece non c'è stato bisogno di sostituzioni perché sono entrambi due ottimi cantanti e, nel caso di Massimo, siamo davanti ad un artista completo che fa proprio di tutto, anche l'acrobata se serve, e ha 75 anni!!!
"Io mi ricordo quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla" dice Antonello Venditti nella sua canzone Notte Prima Degli Esami, e al concerto commemorativo per Pino Daniele tenutosi allo Stadio San Paolo di Napoli aveva raccontato che fosse proprio il cantautore partenopeo quello che reggeva tale peso sulle spalle, ma su questo lasciatemi rimanere col beneficio del dubbio per le cose che ho scritto tempo fa QUI.
In effetti, tra gli strumenti da portare su un palco per un concerto, il pianoforte se è vero e a coda, è un bel fardello pesante da maneggiare, tant'è che esistono dei carrelli motorizzati fatti apposta per muoverlo e sono anche in grado di salire dei gradini, oppure spesso si inserisce una più pratica tastiera elettronica all'interno di un simulacro di pianoforte a coda fatto di materiale molto leggero.
Tuttavia qualcuno 70 anni fa aveva già pensato di rendere tale operazione di trasporto meno gravosa per cui ecco arrivare nel 1956 il primo pianoforte elettrico portatile della Wurlitzer, storica società specializzata negli strumenti musicali.
Si tratta del modello 112 che presentava delle funzioni abbastanza ridotte: una manopola per regolare il volume, un pedale sustain (se non siete musicisti, serve per prolungare il suono di una nota) e delle gambe rimovibili (quello sopra in foto con ben due manopole è il modello già più avanzato).
I pianoforti Wurlitzer sono stati prodotti fino al 1982 ed hanno quel suono particolare che apre THE LOGICAL SONG dei Supertramp dove a suonarlo è Roger Hodgson che canta anche con quel suo particolare tono acuto (posso perdere l'occasione per riascoltare un pezzo così? Direi di no). Tale suono (non quello della voce di Roger...) è ottenuto da martelletti che battono su lamelle metalliche.
Altri artisti legati a quel piano elettrico sono stati John Lennon, Bob Dylan e i Doors.
In seguito la Wurlitzer indirizzò la produzione solo verso organi e jukebox, quei marchingegni che Fonzie faceva funzionare con un pugno
e che ci hanno fatto compagnia per diverse decadi facendo anche nascere il mitico Festivalbar, programma tv che ha scandito ogni anno le nostre estati con dentro tutta la musica del momento, rigorosamente in playback, ma ci andava bene così.
Era il 17 giugno del 1996 quando veniva pubblicato sulla rivista settimanale Shōnen Jump l'ultimo capitolo del fumetto Slam Dunk di Takehiko Inoue, inizialmente con l'indicazione "Fine prima parte" che poi sarà modificata definitivamente in "Fine" nella pubblicazione come volume a sé stante.
Dal manga, il primo che ha contribuito in maniera molto marcata alla diffusione e allo sviluppo del basket nella Terra del Sol Levante, sono stati tratti un anime di centouno episodi, in tv dal 16 ottobre 1993, e cinque film animati.
La serie anime però presentava spesso scene in ordine diverso, con aggiunte o tolte diverse altre piccole sequenze che ne modificano leggermente il contenuto, per cui è stata interrotta a poco più della metà del manga per volere dell'autore dell'opera originale, in quanto ritenuta troppo differente e non adeguata, senza quindi un vero e proprio finale.
I film, invece, sono indipendenti dalla serie e si basano su storie a parte.
Slam Dunk tratta la tematica dello sport con molto humour, ma punta anche l'attenzione verso il bullismo nelle scuole, tema sempre molto attuale.
Il protagonista Hanamichi Sakuragi (qui sopra la sua action figure) è un teppistello che si unisce alla squadra di basket del liceo Shohoku solo per fare colpo sulla ragazza dei suoi sogni, scoprendo poi una vera passione per lo sport, mostrando quindi un racconto di formazione e crescita personale.
Quella formazione e crescita che viene mostrata spesso nel cinema e nelle serie tv dove un personaggio inizialmente negativo cambia radicalmente atteggiamento, e, a quanto pare, ha funzionato anche trent'anni fa.
Nel 1980, per colpa della casa discografica Chrysalis, l'intesa di una storica band prog andò a ramengo e il gruppo si sciolse all'improvviso.
La band era quella dei Jethro Tull e al loro leader Ian Anderson, secondo una clausola del contratto con la casa, era stato chiesto di realizzare un album solista, magari sullo stile folk.
Ian si mise al lavoro di buon grado però con la condizione di poter collaborare anche qui con il fido chitarrista Martin Barre con lui dagli inizi dei Jethro Tull, per la precisione dal secondo album Stand Up.
Per il resto dei musicisti Ian, che nella sua testa voleva anche giustamente adeguarsi ai tempi entranti cioè gli anni 80 che saranno pieni di sintetizzatori (vedi l'evoluzione dei suoi colleghi prog Genesis, per esempio), cercò musicisti nel giro della musica elettronica tra Roxy Music e Frank Zappa, e in breve tirò fuori il disco che riprendeva, riarrangiate, alcuni sue vecchie composizioni mai pubblicate e altre del tutto nuove.
Il disco si sarebbe chiamato semplicemente A, come lui, Anderson, ma con quei suoni moderni suonava come quello di una vera rock band, altro che folk, e lo potete ascoltare qui in VERSIONE ESTESA (con più brani rispetto alla tracklist originale e in effetti è un gran bel disco prog), per cui ecco che alla Chrysalis viene in mente di pubblicarlo lo stesso a nome Jethro Tull con una copertina che abbandonava gli outfit da folletto per un'immagine ispirata a Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo, causando le ire dei componenti dei veri Jethro Tull che non avevano partecipato alle registrazioni, e quindi mollano definitivamente la band.
E lo fanno con tutte le ragioni perché la situazione era un pò come se Mick Jagger e Keith Richards avessero fatto uscire un disco a nome Rolling Stones, ma senza Ronnie Wood, Bill Wyman e Charlie Watts all'epoca in cui questi ultimi due erano ancora nella band.
A nulla servirono le spiegazioni e le scuse di Ian che era fermamente intenzionato a tornare alla formazione di prima per l'album successivo.
L'intesa si era spezzata (ripeto, non per causa sua) e fra i fuggitivi c'era anche l'allora David Palmer,
(quello con il foulard al collo) tastierista che era entrato ufficialmente come componente nel 1976, ma che anche prima arrangiava i brani per i Jethro Tull.
David purtroppo è mancato nei giorni scorsi a 88 anni, ma nel frattempo, dopo la morte della moglie, nel 2004 aveva anche cambiato sesso diventando Dee.
Sempre restando nel genere prog è mancato anche Dave Greenslade, 83 anni, pure lui compositore e tastierista inglese
che, oltre ad aver fondato una band che portava il suo cognome, ha fatto prima di tutto parte dei Colosseum, noti soprattutto per il loro secondo album VALENTYNE SUITE, quello con la famosa copertina che raffigura una modella tra due alti candelabri futuristici come si vede nel video allegato (il secondo candelabro sta sul retro della copertina che è una foto intera). Da tutt'altro genere invece arrivava il rapper Oliver Tree deceduto a soli 32 anni in uno scontro tra elicotteri.
Oliver aveva uno stile molto ironico anche nel modo di presentarsi con i capelli a scodella, e il suo pezzo più famoso era (ironicamente) questa LIFE GOES ON, che ha raggiunto una popolarità virale venendo usata anche per meme e video di TikTok.
Se, dopo Freddie Mercury, vai a toccare un altro mito come Michael Jackson, è inevitabile che si scatenino le critiche dei fans
specie quelli così convinti di sapere tutto del loro idolo al punto di essersi già fatti da soli nella loro testa un film personale.
Questi, vedendo al cinema la pellicola diretta da Antoine Fuqua, avranno pensato subito che questa cosa non va bene e quest'altra manca.
Certo, in effetti i salti temporali sono parecchi e non troviamo traccia di U.S.A. FOR AFRICA (momento importantissimo ed epocale) e nemmeno di Paul McCartney (manca anche Janet Jackson, la più piccola della famiglia, lei però per suo esplicito volere), ma per metterci tutto forse ci saremmo sorbiti almeno tre ore di film, fermo restando che la storia raccontata qui si ferma al trionfale Tour di Bad, mentre sappiamo bene che in seguito la vera storia avrebbe preso una piega molto diversa.
Storia che sull'ultima inquadratura una didascalia annuncia che infatti continua.
Non è detto che per questo ci sia davvero in previsione un sequel sul grande schermo seppure si sappia che il materiale rimasto fuori dal montaggio definitivo ci sia già girato bello pronto.
Tuttavia il problema del film non è l'essere bello o no, perché per me è stato un bel film visto con piacere, ma piuttosto, come era già accaduto in BOHEMIAN RHAPSODY, viene da chiedersi se sia davvero utile e necessario rifare tali e quali le scene da videoclip (per esempio THRILLER) e live.
Certo, mentre le guardi pensi "Wow! È uguale!", ma a me subito dopo è salito quel maledetto dubbio che questa fotocopia non sia altro che un esercizio di stile per dimostrare quanto Jafaar Jackson (che è il nipote di Michael) sia somigliante e bravo a ballare come lo zio.
Altro piccolo problema secondo me è il sorriso ebete che il ragazzo tiene per almeno la metà del minutaggio come se fosse sempre sulla copertina di Off The Wall,
il primo album solista del nostro Re del Pop.
Ma, ve lo confesso, non ho mai vissuto fianco a fianco con Michael, perciò magari lui era davvero così tutto Sorrisi E Canzoni...
(Hahaha! Sono scemo, lo so)
Ma attenzione perché il problema più grande per noi è come Jafaar è stato doppiato in italiano da Francesco Ferri con un atteggiamento tutto gnegné che sembra la parodia di Michael vista in SCARY MOVIE 3.
si sente che Jafaar tiene una intonazione leggera, ma molto più credibile e lo possiamo dire perché il vero Michael lo abbiamo sentito parlare diverse volte come nel videoclip di Thriller e nel dialogo con Paul McCartney (rieccolo) in THE GIRL IS MINE che nel film non sentirete.
Detto tutto questo, il film ha dalla sua di essere piacevole senza farti mollare mai l'attenzione, grazie ad un'ottima regia e infatti con Fuqua abbiamo già avuto esperienze positive anche raccontate QUI con film del tutto differenti.
80 anni fa nasceva nella città di New York Donald Trump,
che diventerà il 45° e il 47° presidente degli Stati Uniti d'America, con tutte le conseguenze di tale incarico, magari anche spesso esasperate dai media, ma certamente puntate più verso una certa negatività specie verso gli altri Paesi del mondo come se gli Stati Uniti fossero il top e gli altri solo dei sudditi sottomessi.
Certe manie di grandezza si erano viste già in passato portando niente di buono, e la serie The Boys, nella figura di Patriota,
ha qualche riferimento a lui nemmeno troppo velato.
Ma l'avete votato, cari americani, e ora ve lo tenete perlomeno fino alla fine del mandato.
Nel frattempo godetevi la festa per il suo compleanno che si preannuncia mastodontica, nel senso che se Kennedy ha avuto gli auguri cantati da Marilyn Monroe in persona, Trump non vuole essere da meno e per l'evento ha fatto costruire appositamente un'arena da oltre quattromila posti.
Mercoledì invece è morta a 66 anni la conduttrice televisiva, attrice e cantante Patrizia Caselli per un tumore al polmone.
Patrizia aveva partecipato a vari programmi televisivi tra gli anni Ottanta e Novanta, come Chi Tiriamo In Ballo?, Bella D’Estate e Detto Tra Noi, su Rai 2, e condusse un quiz all'interno della trasmissione Ricomincio Da Due, presentata da Raffaella Carrà.
Inoltre ha avuto anche alcune esperienze in teatro e nel cinema.
Quindi addio Patrizia e... vabbè... auguri Donald.