The Union è la classica action comedy di Netflix uscita nel 2024 con protagonisti Halle Berry e Mark Wahlberg che interpreta Mike McKenna, un tranquillo operaio edile del New Jersey con una vita del tutto ordinaria.
La sua routine viene stravolta quando incontra Roxanne Hall (la Berry che adoro), la sua ex fidanzata del liceo che adesso lavora per "The Union", un'agenzia segreta governativa che recluta persone comuni per missioni speciali dove servono volti non noti nel mondo dello spionaggio.
E quando ti trovi davanti a Halle non vuoi cadere come un pollo?
Roxanne infatti porta Mike a Londra dopo averlo narcotizzato, per reclutarlo in una missione ad alto rischio, poiché l'identità di tutti gli agenti ufficiali è stata compromessa, ma ovviamente Mike non ha tutta questa voglia di impelagarsi in una faccenda così tanto più grande di lui.
C'è anche J.K. Simmons che veste i panni di Tom Brennan,
il capo dell'agenzia.
Il film parte con diverse scene d'azione mozzafiato ambientate e girate a Trieste con inseguimenti e stunt spettacolari.
Sulla ENNE rossa ha avuto un enorme successo in termini di visualizzazioni da parte del pubblico, nonostante le recensioni decisamente negative da parte della critica specializzata che l'ha definita una commedia d'azione prevedibile e priva di vera originalità.
Ma da parte mia invece me lo sono goduto parecchio perché leggero, divertente e ben realizzato in tutto, ovvero un classico "popcorn movie".
E anche i dati di visione hanno decretato il film come un grandissimo successo commerciale.
Quindi... Vox populi, Vox Dei... oppure, come ci diceva il buon BATTIATO, si può sempre scegliere un bel film di Ėjzenštejn sulla rivoluzione...
Parlando dei Queen sarà più leggendario il concerto di WEMBLEY o quello successivo a Budapest?
Beh, nel primo i ragazzi giocavano in casa mentre a Budapest, il 27 luglio del 1986, al Népstadion, la data del Magic Tour (l'ultima storica tournée della formazione al completo con Freddie Mercury) fu un evento di portata epocale per altri motivi.
Soprattutto perché rappresentò la prima esibizione di una grandissima rockband occidentale dietro la Cortina di Ferro, in un blocco sovietico ancora rigidamente chiuso.
Si parla di un pubblico totale stimato attorno alle 180.000 persone, per uno degli spettacoli più grandi mai visti nell'Europa dell'Est.
L'Ungheria di quegli anni era sotto il controllo sovietico e la musica rock occidentale arrivava di contrabbando o censurata, per cui l'arrivo dei Queen fu visto come un vero e proprio soffio di libertà e un ponte culturale tra Est e Ovest.
Per immortalare l'evento fu girato il celebre film-concerto Hungarian Rhapsody: Live In Budapest (titolo che è una citazione del loro BRANO MITICO mixata con le Rapsodie Ungheresi che sono una raccolta di 19 brani per pianoforte composti da Franz Liszt), mobilitando i migliori operatori disponibili nel paese per riprendere ogni singolo istante in 35mm.
Durante il concerto, Freddie Mercury e Brian May sorpresero il pubblico intonando la famosa canzone tradizionale ungherese Tavaszi Szél Vizet Áraszt e, come si vede nel video, Freddie si era appuntato sul palmo della mano la pronuncia delle parole in ungherese come a scuola quando c'era il compito in classe e ti scrivevi lì gli appunti di nascosto.
Vennero utilizzate ben 17 telecamere da 35mm e si racconta anche che l'Ungheria esaurì l'intera scorta nazionale di pellicola cinematografica di alta qualità.
Trattandosi di un evento occidentale di massa in pieno regime comunista, i servizi segreti ungheresi infiltrarono agenti in tutta la folla per tenere d'occhio potenziali rivolte o comportamenti anti-regime, che in quei posti non si sa mai, ma tutto andò bene.
I Queen arrivarono da Vienna a Budapest a bordo di un aliscafo lungo il Danubio e il prezzo del biglietto era pari a circa tre giorni del salario medio di un operaio ungherese dell'epoca, ma i tagliandi andarono comunque esauriti in pochissime ore.
Anche adesso i biglietti dei grandi nomi spariscono immediatamente ma per via di una consuetudine vergognosa a causa dei troppi che ci lucrano sopra rimettendoli in vendita a prezzi esorbitanti, con gente che li acquista lo stesso per poi finire in quelle bolgie dantesche come il concerto di Ultimo dove i più lo hanno visto e sentito fuori sincrono sui maxischermi distanti dal palco solo per poter dire "io c'ero", ma non c'eri davvero se il palco è quello in basso nella foto presa esattamente da sopra di esso con quella specie di 8 rosso come passerella che si protubera tra il pubblico
e tu eri esattamente a circa un chilometro, dalla parte opposta di quelle 250.000 persone stipate nella spianata di Tor Vergata.
In effetti ultimamente sta diventando una gara a chi ce l'ha più grosso... il pubblico.
E no... a mio parere non è così che si vive un concerto.
jazzista statunitense noto per aver collaborato con il compositore Henry Mancini avendo suonato il sassofono in “Pink Panther Theme”, la composizione principale della colonna sonora del film La Pantera Rosa del 1963 entrando così nella storia della musica.
Era il primo capitolo della famosa serie di commedie poliziesche del regista Blake Edwards e lasciamo stare la versione più recente con Steve Martin che, ovviamente, manco era diretta da Blake.
Qui, nell'originale, avevamo l’ispettore Clouseau interpretato magistralmente da Peter Sellers ed era un film dove recitavano anche Robert Wagner, Capucine, David Niven e pure la nostra CLAUDIA CARDINALE.
Che cast, eh?
E che pellicola, aggiungo io.
Tra l'altro il testo sul poster originale sembra anche anticipare di ben quattro anni quello di un noto film di James Bond.
In quell’occasione Johnson realizzò una delle parti di sassofono più riconoscibili di tutti i tempi che diventerà anche il tema portante della successiva serie di cartoons nata dopo il grande successo dei TITOLI DI TESTA del film (vedi che una volta i titoli di testa erano importanti?). Johnson aveva iniziato con il jazz negli anni Trenta, a New Orleans insieme al fratello Ray, che suonava il piano.
Negli anni Cinquanta poi diventò il sassofonista di James Brown, che accompagnò in diversi tour negli Stati Uniti, e collaborò saltuariamente con alcuni tra i musicisti blues, R&B e jazz più importanti degli Stati Uniti, da BB King a Frank Sinatra. Goodbye Plas.
Quando parte con quel crescendo che, lo giurerei quasi di sicuro, ispirerà David Bowie per Let's Dance ti da già la carica.
Poi esplode con un falsetto che manco i Bee Gees te lo fanno così potente, e nonostante tutto ci provi ad andarci dietro a cantarla perché è irresistibile, ti tira dentro SUGAR BABY LOVE dei Rubettes che sono un gruppo pop e glam rock inglese fondato a Londra nel 1973.
La band mi era rimasta impressa quando la vidi per la prima volta in tv, anche per il suo look fatto di completi e cappellini bianchi (classiche coppole) con il quale si sono sempre presentati immancabilmente anche ad ogni ospitata televisiva e non.
Tant'è che per un pò avevo pensato di adottarlo anch'io quel cappello.
Mavalà... idea per fortuna accantonata.
Ma c'è una storia dietro tutto ciò, perché I Rubettes non sono nati come una band tradizionale, ma come un esperimento in studio, cosa che poi nella discomusic, specie quella italiana, sarà una prassi normale (Kano, Peter Jacques Band, Den Harrow).
I produttori Wayne Bickerton e Tony Waddington scrissero il brano "Sugar Baby Love" e cercavano dei musicisti per interpretarlo.
E quell'urlo in falsetto iniziale fu inciso dal session man Paul Da Vinci (nessuna parentela con Sal, anche perché per entrambi si tratta di un nome d'arte fasullo).
Da Vinci (Paul) però era già sotto contratto con una casa discografica che lo voleva per una carriera solista.
I due produttori allora rimasero con tre dei session men che avevano inciso il disco a cui aggiunsero altri musicisti per formare così una band da portare in tv a promuovere la canzone, ed erano Alan Williams (voce principale e chitarra), Tony Thorpe (chitarra e voce), Mick Clarke (basso), John Richardson (batteria) e Bill Hurd (tastiere).
In seguito Alan Williams reincise la canzone riuscendo ad arrivare al falsetto di Paul, ma è risaputo che a Top Of The Pops, cantava in playback sulla voce originale registrata da Da Vinci come gli altri mimavano il "bop-shoo-waddy" ripetuto per tutto il brano.
Come spesso succede dalle mie parti, parlo oggi dei Rubettes perché Tony Thorpe (quello che nella foto in alto è con gli occhiali che pare Elton John), chitarrista principale e co-vocalist storico, è scomparso il 18 luglio 2026 all'età di 80 anni ed era uno dei musicisti che non avevano suonato la registrazione originale, ma "assunto" in seguito.
Esistono anche due cover in italiano di questa canzone. La prima la cantava a Canzonissima (quella vera e non la BRUTTA ROBA della Carlucci) il mitico Mino Reitano con il titolo DOLCE ANGELO e bisogna dire che non si è mai tirato indietro il Mino nemmeno quando gli hanno proposto di rifare IN ITALIANO Basket Case dei Green Day (!!!); la seconda cover si chiama DOLCE AMORE MIO ed era stata incisa da Fiorello, il re del Karaoke in tv, nel suo secondo album, ma la sua versione era stata un pò troppo ritoccata elettronicamente e perdeva tutto, anche perché mancava il famoso "bop-shoo-waddy" che sembra una cavolata, ma cacchio se conta! Un altro gruppo italiano, LA QUINTA FACCIA, specializzato nel rifare brani internazionali di grande successo, l'aveva invece incisa pari pari in inglese presentandosi con lo stesso white look (coppole escluse) e quell'urlo in falsetto così ugguale ugguale che... miii, lasciatemi il beneficio del dubbio, ma per me era stato preso in qualche modo dal disco originale dei Rubettes. Poi vedete voi... anzi... sentite!
Correva l'anno 1956 e c'erano Dean Martin e Jerry Lewis che, come coppia comica in ben 17 film, sbancavano ogni volta i botteghini.
Tutto bellissimo davanti, ma dietro le quinte ultimamente serpeggiavano incomprensioni e divergenze artistiche specialmente da parte di Dean che si sentiva considerato in maniera nettamente inferiore rispetto al collega.
Come in amore ci si lascia se la coppia non funziona più, anche qui ad un certo punto i due decidono di interrompere il loro sodalizio artistico che durava ormai da dieci anni, e lo fanno con uno show d'addio presso il nightclub Copacabana di New York.
Quell'ultimo show del celebre duo comico si tenne quindi settant'anni fa la notte tra il 24 e il 25 luglio 1956 al famoso locale Copacabana di New York City, esattamente dieci anni dopo il loro debutto ufficiale avvenuto il 25 luglio 1946 al 500 Club di Atlantic City.
Manco a dirlo, il locale era esaurito da settimane e tra gli spettatori presenti c'erano grandi stelle dello spettacolo come Sammy Davis Jr. che con Martin farà parte in seguito del Rat Pack, gruppo di musicisti attori che daranno origine anche ad una serie di pellicole come COLPO GROSSO, ovvero la versione originale di Ocean's 11 dove Danny Ocean era Frank Sinatra.
Quella notte erano passati solo alcuni mesi dall'uscita del loro ultimo film insieme
(per noi era Hollywood O Morte!) e sul palco Dean e Jerry fecero un set lungo oltre un'ora.
Dopo l'esibizione si abbracciarono, ma tornarono subito nei rispettivi camerini senza fare alcun bis, ponendo fine a quel sodalizio decennale e non si parleranno più per quasi vent'anni.
Ma nel 1976 il destino fatto a forma di Frank Sinatra fece sì che i due si ritrovassero durante la maratona televisiva benefica Telethon.
Jerry Lewis era completamente ignaro che sul palco sarebbe salito anche Dean
portato lì proprio da Frank creando un momento storico che sciolse il ghiaccio e riappianò l'antica amicizia.
Era appunto il 23 luglio del 1926 quando la Fox Film acquistava il brevetto del sistema sonoro Movietone per la registrazione dell'audio nei film.
Successore del VITAPHONE, è stato un rivoluzionario sistema ottico di registrazione del suono sviluppato negli anni '20 che permetteva di imprimere la traccia audio direttamente sulla pellicola cinematografica, accanto alle immagini.
Grazie a ciò era garantita la perfetta sincronizzazione tra sonoro e video, cosa che invece il suo antenato spesso non rispettava perché l'audio era inciso su un disco a parte e, come ben sappiamo noi che abbiamo vissuto l'epoca dei vinili, un disco può anche saltare.
Il sistema Movietone registrava il suono trasformandolo in variazioni di luce (una traccia ottica) lungo il bordo della pellicola. Durante la proiezione, questa traccia veniva riletta da una cellula fotoelettrica e riconvertita in segnale elettrico, e infine in suono.
Detto così pare complicato, ma tutto avveniva in un attimo.
Inoltre, come noi abbiamo avuto i cinegiornali dell'Istitituto Luce, quelli commentati dalla voce stentorea di Guido Notari (ne viene fatta una parodia, per esempio, in FASCISTI SV MARTE, ma non solo), anche la Fox produsse i Fox Movietone News dal 1928
che, grazie all'innovazione tecnica, poterono includere l'audio in presa diretta, documentando eventi con immagini e suoni reali.
Ora invece nelle sale quello che viene proiettato è tutto ricavato da un file digitale che permette il massimo risultato nell'immagine e nell'audio.
Infine, nello stesso giorno, ma vent'anni dopo esatti, in Italia nasceva un bimbo a cui i genitori, la famiglia Bennato, daranno il nome di EDOARDO, e quindi gli facciamo tanti auguri per i suoi 80 anni.
Venerdì è morta a 81 anni Brenda Fricker, attrice irlandese nota soprattutto per aver interpretato la “signora dei piccioni” nel film dove appariva anche DONALD TRUMP (non imbucato allora) Mamma, Ho Riperso L’Aereo – Mi Sono Smarrito A New York,
un personaggio che, molto simile, appariva anche nel Mary Poppins originale interpretata da Jane Darwell.
Ma ricordiamo che in precedenza Brenda aveva anche vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista grazie al regista Jim Sheridan, che nel 1989 le fece interpretare la madre del protagonista di Il Mio Piede Sinistro, quel film che racconta la storia di Christy Brown
(Daniel Day-Lewis qui sopra con lei), uomo con una paralisi cerebrale, ma che riesce a diventare un apprezzato pittore imparando a dipingere con l’unica parte del corpo che riesce a controllare: il piede sinistro, appunto.
Prima Brenda aveva fatto solo qualche partecipazione in serie tv britanniche e piccoli ruoli secondari al cinema.
Restando nel mondo del cinema, a 90 se ne va anche Francesco Massaro,
regista, sceneggiatore e soggettista italiano.
Aveva inziato a lavorare come aiuto regista di Luchino Visconti per IL GATTOPARDO, virando poi sulla classica commedia all'italiana e tra i suoi lavori cinematografici più noti ci sono Al Bar Dello Sport (1983), cult con il neo-novantenne LINO BANFI e Jerry Calà, e Il Lupo E L'Agnello (1980), co-produzione francese con Michel Serrault e Tomas Milian, compreso il suo esordio con Il Generale Dorme In Piedi dove ha diretto Ugo Tognazzi e Mariangela Melato
(si, c'era un pò di nudo femminile, e infatti il film era vietato ai, minori di 14 anni).
Aveva partecipato come sceneggiatore anche al famoso Sposerò Simon LeBon, il film "paninaro" del 1986 tratto dal libro di Clizia Gurrado uscito in pieno fenomeno Duran Duran (Wild Boys! Wild Boys!).
Ed in chiusura è recentissima la notizia della morte dell'attrice Kaylee Hottle ad appena diciannove anni in un incidente stradale nel Maryland dove non stava guidando lei.
Sordomuta dalla nascita, vista anche nel recente reboot di Magnum P.I., si era fatta notare nel ruolo di Jia, la ragazzina in grado di comunicare con il linguaggio dei segni con Kong nella recente saga blockbuster di Godzilla Vs. Kong e il successivo sequel.