«Pubblico, vogliamo parlarti chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d’altri tempi. La tua educazione politica è matura».
Si apriva così il primo numero del Corriere Della Sera con queste parole scritte dall'allora direttore Eugenio Torelli Viollier.
Usciva il 5 marzo del 1876 (vi faccio io subito il conto: erano ben 150 anni fa) composto da soli quattro fogli, ed era "della sera" proprio perché venne distribuito a Milano verso le 21 con i classici strilloni che si vedevano nei film d'epoca.
Tre redattori e quattro operai formavano il team e nelle quattro pagine trovava posto tra la cronaca, compresa quella milanese, gli spettacoli e la borsa, anche una puntata di un romanzo d'appendice.
Col passare degli anni e l'ingrandirsi della redazione arriveranno anche gli "spin-off" come La Domenica del Corriere e il Corriere dei Piccoli dove ci sarà il Signor Bonaventura con il suo Milione.
Passato attraverso la censura fascista e il dopoguerra, il quotidiano cambierà anche momentaneamente nome per poi tornare a quello originale, e negli anni sarà la testata che si contenderà il dominio editoriale del milanese con La Repubblica anche nella sua versione web.
E a proposito di spin-off e giornali dico solo due parole su The Paper (la foto in apertura del post), serie tv americana pseudo spin-off di The Office, con la nostra Sabrina Impacciatore
e che, nonostante sia sempre firmata da Greg Daniels e realizzata con la stessa tecnica di ripresa, pare non avere l'effetto sperato.
Questo, mi duole dirlo, anche per colpa della nostra attrice che qui rifà un personaggio simile al capufficio interpretato da Steve Carell, ma talmente sopra le righe da diventare irritante,
complice anche un pessimo auto-doppiaggio che già UN'ALTRA VOLTA ho potuto constatare quanto lasciasse a desiderare sempre nel caso di Sabrina.
O forse potrebbe anche essere che a riscaldare sempre la stessa minestra alla fine non la riesci più a mandare giù?
Quel lontano 4 marzo del 1966, mentre Lucio Dalla compiva 23 anni e aveva appena partecipato al Festival di Sanremo con Paff Bum!, dall'altra parte dell'oceano, durante un tour negli Stati Uniti, John Lennon in un'intervista all'Evening Standard si faceva scappare una famosa frase che venne subito male interpretata, e ne avevo accennato già qualcosa L'ANNO SCORSO.
Nella frase sosteneva che i Beatles (eh si, tornano anche oggi) erano diventati più famosi di Gesù, e concetto con il quale il beatle voleva solo evidenziare la portata planetaria della "Beatlemania" rispetto alla religione in quel periodo.
Cioè hai presente il fanatismo, le ragazzine urlanti, le folle in delirio eccetera?
Tutte cose che non potevano certo lasciare indifferenti quei quattro ragazzi di Liverpool e che, volente o nolente, ti infondono anche una certa autostima.
E infatti Lennon per quei motivi aveva avuto la sensazione che il cristianesimo fosse in declino in quegli anni, e che la band di cui faceva parte stesse semplicemente avendo un impatto culturale maggiore sulla gioventù dell'epoca rispetto a Gesù.
Se andiamo a vedere non aveva per nulla torto poiché John si riferiva solo alla popolarità pop del momento e non ad un confronto storico o teologico che esulava totalmente dalle sue competenze.
Forse in effetti aveva preso come metro di paragone qualcosa di un pò troppo grande, buttandosi così candidamente, ingenuamente senza pensare tanto a quello che stava dicendo.
Ma se le parole sono importanti, come DICEVA Nanni Moretti, conta anche molto come vengono interpretate, e per questo la dichiarazione causò enormi polemiche, in particolare negli Stati Uniti che su questi argomenti si mostravano particolarmente bigotti, portando a boicottaggi dei dischi dei Beatles con roghi dei vinili organizzati dalle radio cristiane e dalle associazioni religiose, nonostante le successive precisazioni di Lennon.
Questa vicenda viene anche raccontata nel documentario del 2016 diretto da Ron Howard,
The Beatles: Eight Days A Week - The Touring Years dove Ringo Starr è doppiato in italiano da Pino Insegno, giuro.
La frase di John, sempre con quel suo significato leggermente travisato, divenne un simbolo della supremazia della cultura pop e della musica rock negli anni '60.
Il titolo PIÙ FAMOSO DI GESÙ è stato anche utilizzato da Gianluca Grignaniper un brano del 1996, contenuto nel discusso albumLa Fabbrica di Plastica di cui avevo parlato tempo fa qui dalle mie parti.
Strano però che per Gianluca non si sia scatenato lo stesso putiferio...
Oggi apro il post con gli auguri per i suoi 70 anni a Francesco Paolantoni,
il simpatico comico napoletano che capita di vedere ospite in millemila programmi tv (soprattutto per le incursioni a Tale E Quale Show) e in particolare nuovamente da domani in prima serata con Stasera Tutto È Possibile, dove gioca ai giochi più pazzi sotto la conduzione di Stefano De Martino.
Anche se allora era molto diverso, non si può dimenticare a Mai Dire Gol nei panni del concorrente di telequiz Robertino
con il tormentone "ho vinto qualcheccosa?".
Purtroppo c'è anche l'addio a Sandro Munari, storico campione di rally per la Lancia che se n'è andato ad 85 anni
e a Len Garry, 84 anni, che era stato uno dei primi membri dei Quarrymen, dove suonava il bidofono, come si vede nella foto sotto, che era una specie di contrabbasso artigianale costituito appunto da un bidone, un palo e una corda, mentre le due chitarre erano di competenza di John Lennon e Paul McCartney.
E poi è inutile ricordare come si sarebbero evolute le cose.
Riguardo Tron Ares non capisco tutti i commenti negativi che sono circolati in rete perché secondo me è un gran bel film puntato sulla A.I. magari un pò troppo avanti come possibilità, ma anche il capostipite del 1982, a cui stranamente non ho ancora dedicato un post, ma lo farò, viaggiava di fantasia come un treno.
Qui anche si viaggia, ma su moto e macchine abbomba che Toretto e John Wick levatevi, e per realizzare quelle scene hanno bloccato Vancouver (dove sono state girate) per alcune notti.
Poi se è visto con un audio come si deve ti fa ribaltare dalla poltrona e comunque c'è tutto quello che può piacere perché si avvale degli effetti speciali del Weta Workshop che attualmente sono i migliori in assoluto, con tutto il rispetto per la ILM, e poi ci sono i Depeche Mode (non loro, ma li senti perché piacciono ad Ares) e c'è un simil Obi Wan Kenobi che è Jeff Bridges, perché sì c'è ancora il server degli anni 80 del primo film con le moto digitali che sterzano nette a 90 gradi.
Jared Leto tutto sommato recita anche bene nel ruolo di Ares, l'intelligenza artificiale nata con scopi militari, ma che di suo diventa così intelligente da capire che certe direttive non sono poi così corrette (lo capissero anche certi personaggi dei giorni nostri) e quindi si rifiuta di eseguire gli ordini tirando su una bella grana perché invece la sua "collega" Athena lei no,
lei è testarda, implacabile come un Terminator (e anche ottusa, bisogna dirlo) e fa solo quello che le dicono di fare e basta usando tutti i mezzi a sua disposizione e se non li ha se li crea a sua volta con l'intelligenza artificiale.
E poi attenzione perché qui c'è una autocitazione che è proprio disneyana,
quella della macchina della polizia divisa in due che stava in Tutto Accadde Un Venerdì, ovvero il primo Freaky Friday con Jodie Foster uscito cinquant'anni fa, ma forse non tutti l'hanno collegata subito, così com'è inserita in una sequenza di quelle girate in strada a Vancouver che dicevo prima.
A me ha fatto anche piacere rivedere l'ex "Scully" Gillian Anderson che dopo X-Files ha avuto meno fortuna di David Duchovny.
E non dimentichiamo la musica come pompa grazie a Trent Reznor e Atticus Ross dei Nine Inch Nails che non fanno per nulla rimpiangere i Daft Punk del secondo capitolo (anzi!), tra l'altro molto meno riuscito e che probabilmente basava tutta la sua forza sul redivivo 3d (e anche su Olivia Wilde, diciamocelo).
Qui invece siamo sul 2d, che rende già di suo grande lo spettacolo sullo schermo della tv, se abbastanza ampio, mentre al cinema trova certamente la collocazione più giusta.
E chi ha pensato che è una boiata lo rimando nel server del 1982!
Eccoci finalmente nel dopo Sanremo, dove lo spettacolo in effetti c'è stato, questo tralasciando o cercando di dimenticare elementi inutili come Alessandro Siani e la cringissima A.i. di Papaveri e Papere.
Intanto è doveroso un ultimo saluto a Neil Sedaka, 86 anni, con all'attivo anche diversi 45 giri cantati in italiano e che nel 1965 avrebbe dovuto partecipare al Festival, ma una serie di beghe tra l'organizzazione e la RCA ne compromisero la presenza.
Intanto, per quelli che hanno qualche annetto in più, lo ricordo io qui con quella che è la sua canzone più famosa, OH CAROL!. Tornando al Festival 2026 che ha dovuto svolgere la finale aprendosi con un clima tutt'altro che festaiolo (ma... the show must go on), lo sapevo che la mia favorita Ditonellapiaga non avrebbe mai vinto la kermesse ufficiale però il terzo posto sul podio l'ha preso e intanto ha sbancato insieme a Tony Pitony nella serata delle cover, e che cover la loro!
Con The Lady Is A Tramp ci hanno portato direttamente a Broadway!
Comunque la sua canzone in gara Che Fastidio! è dance e va benissimo perché noi italiani la dance la sappiamo fare come dimostrano gli anni 80 e 90.
Prevedo frequenti passaggi in radio per lei.
Serena Brancale ha portato una ballata come altre duecento prima di lei con l'idea di voler essere Giorgia, ma missione non del tutto portata a termine.
Fulminacci invece ha messo da parte il suo ispirarsi a Daniele Silvestri (ricordate la bellissima Tattica?) e si è adagiato sulla classica canzone da festival, comunque meglio di tante altre.
Arisa, se ci fosse bisogno di ricordarlo, ha una voce da paura, ma la canzone pare un pò tanto Disney.
Oddio, forse non è un difetto così grave.
Sal Da Vinci, il vincitore (nomen omen)
dopo le standing ovation e le lacrime di commozione è stato già prenotato da circa 200 matrimoni.
Elettra Lamborghini porta il nulla, ma tutto sommato su quel palco ho sentito di peggio.
La canzone di Luché, se ascoltate la versione che passa alla radio pare tutta un'altra cosa con la voce effettata, mentre invece in tv tanti artfici tecnologici non si sono sentiti, non so se volutamente o per errore dei fonici che errori ne hanno fatti un bel pò, e il risultato quello si è sentito benissimo, doloroso per le orecchie.
Per chi ha nostalgia di Max Gazzè, che latita dal Festival da qualche anno, c'è Sayf che con con la sua canzone ritmata e allegra si è preso il secondo posto, grazie ad un testo che è tutto il contrario di quello che propongono certi suoi colleghi trappers che parlano solo di zoccole e "lambo" (non Elettra).
Mara Sattei... due palle.
Eddie Brock, uno che parte sottovoce e poi urla di tutto alla tipa.
LDA, figlio d'arte, in duo con Aka7even, ovvero Napoli versione latinoamericana.
Dargen D'Amico lui si che sta sul pezzo, un pezzo disco vecchio stile che cita l'A.i., ma spero non quella delle papere di lassù.
Tommaso Paradiso "struggente", ma come Albanese nel suo ULTIMO FILM?
No dai, qui c'è il classicone forse già sentito anche perché l'ex dei The Giornalisti pare sempre uguale a sé stesso.
Si chiama anche coerenza.
Levante conferma quanto è brava con passaggi mica facili nella sua canzone.
Patty Pravo? Divina.
E per tutto il resto lasciamo la parola al tempo che verrà, che ho già detto tanto.
Premetto che non ho nulla contro la kermesse musicale a parte la sua durata eccessiva (ma tanto c'è RaiPlay), anzi la seguo costantemente ogni anno (Fedez & Masini saranno i vincitori?), tuttavia oggi per la nostra musica del sabato porto in scena cose ben diverse da quelle che in questi giorni dominano anche l'etere radiofonico.
Sono morti infatti nei giorni scorsi alcuni artisti che Carlo Conti non ha nominato durante la lunga lista di personaggi famosi scomparsi (Pippo, Peppe, eccetera) e posso capirlo poiché forse non erano popolarissimi, specie nel caso di Des De Moor (quello più paffutello nella foto di copertina del disco) che, in coppia con il pianista Russell Churney, si era divertito a rileggere in versione alternativa stile cabaret/chanson una serie di canzoni di David Bowie come per esempio questa THE MAN WHO SOLD THE WORLD, ed è anche forse l'unica che si riesce a trovare su YouTube.
Des aveva 64 anni. Altra famosa cover uscita negli anni 90 riguarda I Will Survive di Gloria Gaynor che la band statunitense dei Cake aveva rifatto in una VERSIONE maschile strascicata, ma con il suo perché, e che sicuramente tutti abbiamo sentito passare in radio almeno una volta.
Oggi la pubblico qui perché Greg Brown,
il chitarrista co-fondatore dei Cake che aveva lasciato la band dopo la pubblicazione dell'album relativo, è mancato nei giorni scorsi all'età di 54 anni dopo una breve malattia.
Sempre di musica si parla con MARK KENNEDY, batterista australiano che è entrato a far parte dei Men At Work nel 1985 quando Jerry Speiser ha lasciato la band dopo quel periodo di grande successo dei primi due album che ce li avevano fatti conoscere con hit come WHO CAN IT BE NOW? .
Mark aveva 74 anni.
Infine una breve incursione nel cinema poiché Robert, il più giovane dei fratelli Carradine, si è suicidato a 71 anni.
Colgo l'occasione allora, restando con la famiglia Carradine, di mettere qui nel post anche suo fratello Keith che con I'M EASY appariva nello storico film Nashville di Altman.
E lasciamola andare avanti così la kermesse sanremese che sui social non si parla d'altro dato che da un giorno all'altro diventano tutti critici musicali, mentre qui oggi torno indietro di trent'anni perché il 27 febbraio del 1996 usciva in Giappone il primo videogioco dei Pokémon nella versione rossa e in quella blu, mentre in Italia arriverà il 5 ottobre del 1999 con il traino della serie tv in onda su Italia 1.
In realtà la Nintendo avrebbe voluto far uscire il gioco in concomitanza con il Natale del 1995, ma alcuni ritardi hanno fatto slittare tutto due mesi dopo, con il timore di non essere più in un periodo di grandi vendite.
La strategia però di mettere personaggi diversi nelle due edizioni fece in modo che molti giocatori acquistassero entrambe le versioni, quindi doppio guadagno.
La grande particolarità del gioco era che, tramite un collegamento tra due consolle Game Boy, ci si potevano scambiare i personaggi e partecipare ad eventi dedicati che in seguito si terranno anche in Italia. Ricordo infatti a Mirabilandia di aver visto in anteprima il film Lucario E Il Mistero Di Mew,
uno dei tanti lungometraggi realizzati su Pikachu & Co. Eh si, guardo pure quelle cose perché si tratta pur sempre di cinema e non sono mai cresciuto.
Non per nulla mi era piaciuto pure POKÉMON DETECTIVE PIKACHU, film live action al quale non avrei dato un euro, e invece...