Ci siamo appena lasciati alle spalle il Mondiale 2026 che forse verrà ricordato nei secoli per un sacco di motivi dai quali esula probabilmente il lato sportivo vero e proprio, ed oggi cadono casualmente, esattamente gli 80 anni della prima vincita alla schedina.
Quel 21 luglio del 1946 era una domenica, si era anche a due mesi di distanza dalla comparsa nei bar della prima mitica schedina Sisal, ed Emilio Blasetti, di professione impiegato, ti azzeccava un pronostico fortunato che portava nelle sue tasche l’invidiabile (allora) somma di 463.846 lire, una cifra che tradotta oggi in euro magari non sembra granché dato che sono "solo" 239,56 euro e i giochi a quiz in tv
(si, tipo quello con la bella Samira) ti danno l'illusione di poter vincere molto di più, ma era invece importante per i tempi perché equivaleva a circa 4 anni di paga di un operaio.
Lo storico tagliando (un pò malconcio nella foto in alto, ma capirai... c'ha un'età...) riportava le seguenti partite: Inter-Milan (risultato finale 0-1), Torino-Juventus (1-0), Bari-Roma (1-0), Pro Livorno-Napoli (2-1). Per ognuna delle partite erano tre i pronostici da indovinare: risultato finale e le reti segnate da ognuna delle squadre.
Cioè era ancora molto diverso dal classico 1-2-X. Presenti in fondo alla schedina c'erano tre "partite di riserva", prese in considerazione in caso di rinvii e sospensioni delle altre.
Tale schedina era stata inventata dal giornalista Massimo Della Pergola (corrispondente da Trieste per la Gazzetta dello sport e fondatore della Sisal), aveva un costo di 30 lire e solo due anni più tardi prenderà il nome di Totocalcio.
E, se avete dimestichezza con questo mondo di scommesse, saprete già che in seguito cambieranno di molto anche le regole del gioco.
Strano come un mondiale (del quale non me ne importava nulla) riesca a farsi notare lo stesso dal sottoscritto per la qualità estremamente cringe degli half time show inclusi; ma forse per me è ancora più strano scoprire solo di recente che una delle più famose canzoni di Fred Buscaglione, BUONASERA SIGNORINA,
un vero e proprio inno delle notti del periodo della Dolce Vita, ma dove si cita Napoli e parte come un tango per poi prendere i giri, in realtà era una cover pari pari di BUONA SERA inciso da Louis Prima nel 1956 che lo ha reso uno standard mondiale con il suo inconfondibile stile swing/jazz di New Orleans. Ma forse avrebbe dovuto farmi pensare qualcosa il fatto che in circolazione vi fosse anche la versione di un altro gigante dello swing italiano, Nicola Arigliano che ne propose una versione jazzata di altissima classe, puntando tutto sulla sua vocalità calda e sorniona.
Anche Adriano Celentano nel suo primissimo periodo influenzato dal rock 'n' roll e dalle sonorità americane, si cimentò con questo classico proponendo un arrangiamento che la rendeva simile a quella di Dean Martin
uscita nel 1958 in una VERSIONE più morbida, vellutata e romantica, rallentando il ritmo frenetico impresso "prima da Prima" (hehe, gioco di parole scemo 😁).
Canzone questa che venne portata al successo anche in Scandinavia da Little Gerhard , cantante, musicista e cantautore svedese che con BUONA SERA aveva inciso uno dei brani più iconici del suo repertorio rockabilly. Pubblicata nel 1958 come la versione di Dean Martin, questa cover del grande classico di Louis Prima divenne uno dei suoi più grandi successi, lanciandolo come "Il Re del Rock svedese" in tutta la Scandinavia (ma non fuori dai confini).
Purtroppo Gerhard (ormai non più tanto "little") è deceduto di recente a 92 anni.
Citando solo il titolo della canzone invece Mauro Claus, cantante italo-tedesco, nel 1987 aveva tirato fuori questa BUONA SERA CIAO CIAO vagamente sullo stile dei Modern Talking presi su WISH o Temu (che non c'erano ancora) e qualcuno in giro lo ha definito un successo enorme.
Personalmente io invece non ricordo di averlo mai fatto girare sui Technics nelle discoteche dove ho prestato servizio e me ne vanto pure.
Vabbè che anche il trash tirava bene in discoteca (vedi Fiky Fiky di Gianni Drudi), ma c'è un limite a tutto (oops... tranne che all' half time show dei Mondiali).
Forse in Germania, ma solo lì dove hanno gusti diversi, la sorte di Mauro era stata migliore.
Il 19 luglio del 1986 nelle sale giapponesi usciva C'Era Una Volta Windaria diretto da Kunihiko Yuyama, e fin qui tutto bene.
Senonché l'edizione italiana presenterà diverse modifiche importanti poiché la copia arrivata in Italia era quella relativa alla già uscita versione americana che era stata pesantemente modificata dalla Harmony Gold rimontando una sceneggiatura praticamente inventata da zero.
Vennero infatti rimosse diverse sequenze drammatiche e violente per adattare il film a un pubblico più giovane secondo il classico luogo comune che un film animato deve per forza essere per bambini (vaglielo a dire a Fritz Il Gatto).
Molti nomi qui vennero cambiati rispetto alla versione nipponica, utilizzando anche da noi quelli dati nella versione statunitense. Per cui Izu è diventato Alan, la principessa Ahnas è diventata Veronica, e il principe Jill è diventato Roland.
No... quello senza la "O"...
Le battute vennero edulcorate o modificate per alleggerire i toni cupi e tragici dell'opera originale che di base è una storia drammatica di guerra, morte e tradimenti fatta per gli adulti e per questo saranno tagliati circa 7 minuti di pellicola (il film scende da 101 a 94 minuti) e rimosse tutte le scene di nudo e di forte sensualità (cosa che accadeva anche nella SERIE TV di Lupin III).
Sui dialoghi modificati lo studio che se ne occupò disse che la copia che avevano ricevuto era priva di traduzione per cui dovettero inventarsi qualcosa basandosi solo sulle immagini.
Nella versione italiana è anche presente la voce di un narratore (come nella prima edizione di BLADE RUNNER) totalmente assente nell'originale.
Quindi cambiano le motivazioni del protagonista e le cause scatenanti della guerra, ma soprattutto il finale che nell'originale ha una conclusione cupa, nichilista e brutalmente tragica, mentre l'edizione italiana crea un falso lieto fine romantico.
Ma non ho intenzione di aggiungere altro perché spoilerare un finale, per quanto farlocco sia, non è mai una bella cosa, per cui, se vi approcciate alla visione di questo film, verificate bene prima quale edizione state guardando, che finire su una copia ordinata su Temu è un attimo...
Chissà se qualcuno si ricorda di Dave Dee, Dozy, Beaky, Mick & Tich?
Questa serie di soprannomi messi in fila è stata il nome di un popolare gruppo pop/rock britannico formatosi nel 1964 a Salisbury.
Eccentrici nei loro spettacoli come nel loro abbigliamento, scalarono le classifiche degli anni '60 con una serie di hit come HOLD TIGHT!, BEND IT! (una specie di sirtaki) e ZABADAK!, scritte dal duo di autori Ken Howard e Alan Blaikley, e non chiedetemi il motivo di tale grande successo perché francamente non lo so, ma, come dimostrato spesso nella musica, può esserci del genio anche in motivetti apparentemente insulsi. La band era composta da Dave Dee (David Harman, voce), Dozy (Trevor Ward-Davies, basso), Beaky (John Dymond, chitarra), Mick (Michael Wilson, batteria), Tich (Ian Amey, chitarra) ed era nata come The Initials per poi prendere quel nome così insolito rispetto ai canoni dell'epoca che prediligevano nomi brevissimi sul modello dei Beatles e degli Who.
Mossa furba però che li rese unici e differenti da Peter, Paul & Mary che utilizzavano i loro nomi, e da Crosby, Stills & Nash (a volte con Young) che invece usavano i cognomi.
Il loro stile musicale spaziava dal pop orecchiabile al freakbeat (un pò stile Frank Zappa) e mod, fino alla psichedelia.
Ebbero un successo enorme, piazzando quei primi due singoli postati lassù con oltre un milione di copie vendute e raggiungendo il primo posto nella classifica britannica.
Il loro singolo più iconico, Hold Tight! (1966), è noto anche per essere apparso nella celebre colonna sonora del film Grindhouse - A Prova Di Morte (Death Proof) di Quentin Tarantino e vanta anche una COVER IN ITALIANO da parte de I Monelli, quartetto beat che in seguito allargherà la formazione cambiando il nome in Flashmen e diventando il primo gruppo italiano sotto contratto con la prestigiosa Decca, quella stessa dei Rolling Stones.
Colgo l'occasione di parlarne oggi perché John "Beaky" Dymond è mancato di recente all'età di 81 anni.
Come anche se n'è andato Halroy "Hal" Candis Williams, 91 anni, attore statunitense noto soprattutto per il suo ruolo ricorrente dell'agente di polizia Smith ("Smitty") in Sanford & Son,
Nel 1966 (il mese preciso non è sicuro, ma c'è chi dice tra maggio e luglio) negli Stati Uniti usciva Frankenstein Alla Conquista Della Terra diretto da Ishiro Honda, ovvero il papà di Godzilla.
In Giappone invece era uscito l'anno precedente, mentre in Italia me lo ricordo che era arrivato nei primi anni 70 direttamente nelle piccole sale di seconda visione come quella del piccolo paese dove abitavo, sala che di quei film orientali, tra kaiju (i film di mostri giapponesi) e wuxia (arti marziali cinesi), ne proiettava un botto riempiendo le poltrone, e un mio amico che millantava di averlo visto me lo aveva raccontato, ma delle sue parole non sapevo se fidarmi molto perché di suo era un noto fanfarone e quello che sentivo mi pareva parecchio bizzarro.
Molti anni dopo, agli albori delle tv private, l'ho visto su una di quelle piccole emittenti e ho avuto la conferma che quello che raccontava quell'amico fosse vero e decisamente bizzarro.
Intanto era prodotto dalla inarrestabile Toho che sfornava pellicole a getto continuo, e con un contributo degli USA per cui appare già quel Nick Adams,
attore americano di genitori ucraini che ritroveremo anche in seguito in L'INVASIONE DEGLI ASTROMOSTRI, e prende spunto dal romanzo mito di Mary Shelley mixato con il genere kaiju raccontando che, durante la Seconda Guerra Mondiale, i nazisti erano in possesso del cuore immortale del mostro di Frankenstein.
Tale organo va a finire a Hiroshima ma, intersecando fatti storici reali, il 6 agosto del 1945, l'esplosione della bomba atomica lo fa mutare e dal singolo cuore si formerà una vera e propria figura umana.
Anni dopo, un ragazzo selvaggio viene trovato mentre semina il panico in città:
è l'essere nato da quel cuore e, per dirla tutta, quel simil-cavernicolo non ha un'espressione esattamente intelligente (tra l'altro nei primissimi piani si nota benissimo che ha una di quelle dentiere da vampiro che vendono a carnevale, quelle con un pezzo di gengiva rossa, giuro),
tant'è che qualche risata può tranquillamente scappare durante la visione anche perché sembra di rivedere Richard Kiel in L'UMANOIDE che si produce in mille espressioni che vorrebbero essere minacciose e invece sono una più ridicola dell'altra.
Comunque l'essere diventerà gigantesco, con la capacità di rigenerarsi e si troverà poi a combattere contro il mostro Baragon
(dal corno lampeggiante) per difendere l'umanità, dimostrando di essere buono anche se inizialmente tutti credevano il contrario.
Per curiosità, nel costume di Baragon c'era Haruo Nakajima, ovvero colui che ha interpretato Godzilla in tutti i film vintage, più altri mostri in altri film.
Ora non vi racconto il finale per filo e per segno, ma c'è da dire che i co-produttori americani della American International Pictures rimasero così impressionati dagli effetti speciali del mostro "Oodako" (il polpo gigante apparso in Il Trionfo Di King Kong) che chiesero espressamente di inserirlo in qualche modo nel film.
Così venne girata una scena finale extra in cui Frankenstein viene improvvisamente attaccato da un Polpo Gigante emerso dal nulla nei boschi.
Questa sequenza assurda (polpi lacustri? Nei boschi? Mah...) venne però scartata nella versione USA ufficiale perché alla fine risultava fuori contesto.
Rimase però inclusa in alcune edizioni home video e passaggi televisivi.
Anche l'intero montaggio americano subì tagli di scene drammatiche e l'aggiunta di dialoghi doppiati che spiegavano in modo più marcato le dinamiche scientifiche e belliche cercando di dare spessore a una trashata immane.
The Doors: The Final Cut è la versione restaurata in 4K con audio Dolby Atmos del celebre film biografico diretto nel 1991 da Oliver Stone.
Anche questo film, come Il Castello Di Cagliostro, è tornato nelle sale negli stessi giorni e se l'avete perso mi spiace, ma mica posso pensare io a tutto eh...
Scherzi a parte il film racconta l'ascesa, gli eccessi e la morte a soli 27 anni di Jim Morrison, interpretato da un memorabile Val Kilmer, ripercorrendo la vita di Jim dalla fondazione della band a Los Angeles insieme a Ray Manzarek, Robby Krieger e John Densmore.
C'è naturalmente anche il rapporto tormentato con Pamela Courson (Meg Ryan), ma Stone ci mostra in particolare la deriva autodistruttiva del cantante, tra uso di sostanze allucinogene, poesia e provocazioni pubbliche, fino alla morte a Parigi.
Val Kilmer ha anche registrato personalmente gran parte delle parti vocali, sovrapponendole o affiancandole ai nastri originali della band, i cui membri originali rimasero stupiti per la verosimiglianza fisica e scenica con cui l'attore aveva portato in scena il loro leader.
Per dire... è difficile a prima vista capire quale delle due foto di Jim e Pam mostri gli attori e quale invece sia vera.
Più che un'interpretazione sembrava una vera e propria reincarnazione del Re Lucertola, cioè tutt'altra cosa rispetto al Freddie Mercury di Rami Malek che, messo a confronto con Val, pareva un partecipante di Tale E Quale Show (con tutto il rispetto per il FILM che comunque avevo apprezzato).
Comunque, miei "cavalieri della tempesta", non disperate perché il film è anche disponibile a noleggio su Prime Video, anche se per la resa migliore dell'audio, specialmente in casi come questo, rimane sempre la sala il posto più adatto.
Come abbiamo già visto in precedenza per anche gli altri film suoi, anche il leggendario debutto cinematografico di Hayao Miyazaki è tornato da lunedì per tre giorni sul grande schermo in una straordinaria versione restaurata e rimasterizzata in 4K.
E una nota leggenda di Hollywood racconta anche che Steven Spielberg sia un grandissimo fan di questo anime, definendolo in passato come uno dei film d'avventura più belli mai realizzati. Hayao invece dalla sua ha spesso nominato Lo Squalo come uno dei suoi film preferiti. Tant'è che sembrano esserci alcuni punti di contatto tra il film di Miyazaki e Indiana Jones avendo anticipato di ben due anni l'uscita nelle sale de I Predatori Dell'Arca Perduta (1981).
Tra gli elementi che accomunano le due opere c'è un perfetto e scanzonato bilanciamento tra azione mozzafiato, enigmi storici e un umorismo sempre brillante. Ci sono trappole mortali e criminali spietati, gadget improvvisati e una massiccia dose di improvvisazione per risolvere situazioni complicate. Anche le scene d'azione spielberghiane sembrano ispirate all'inseguimento iniziale del film animato. Entrambi i franchise poi ruotano attorno alla decifrazione di antichi segreti e al recupero di preziosi reperti storici protetti da insidie meccaniche e sotterranei segreti. Non si tratta certo di plagio nel caso di Spielberg, ma sicuramente Miyazaki con questo film ha fatto del gran bene alla Hollywood che ci piace.