mercoledì 14 ottobre 2026

QUEL TENERO CENTENARIO DI WINNIE POOH

 Si racconta che nel 1914, un tenente canadese di nome Harry Colebourn comprò un piccolo orso orfano e lo chiamò Winnipeg, da cui il diminutivo "Winnie" come, appunto il famoso orsetto Disney.


Ma prima di diventare, questo qui sopra, oggetto di film, produzioni e merchandising per la casa statunitense, c'è tutta un'altra storia dietro poiché l'orsetto, quello vero, divenne la mascotte di un reggimento e fu poi affidato allo zoo di Londra una volta cresciuto. 
Nel frattempo, Christopher Robin, il figlio dello scrittore Alan Alexander Milne visitava spesso l'orso allo zoo e decise di chiamare il proprio orsacchiotto di peluche "Winnie the Pooh". 
Da qui Milne prese l'idea e iniziò a scrivere le storie ispirandosi ai giochi del figlio e alla vicina Foresta di Ashdown che nella fantasia diventerà il Bosco dei Cento Acri, e il primo libro, a cui ne seguiranno altri, fu pubblicato esattamente un secolo fa poiché era il 14 ottobre 1926.

I personaggi principali delle storie create da Milne erano: Winnie the Pooh, un orsetto goloso di miele, gentile e filosofico, Christopher Robin, Il bambino, grande amico di Winnie, Pimpi (Piglet), un piccolo maialino timido e sensibile, Ih-Oh (Eeyore) un asinello pessimista, ma affettuoso, Tigro (Tigger), una tigre piena di energia che ama saltare (notare l'assonanza con "trigger"), Tappo (Rabbit), il coniglio pieno di iniziativa, Uffa (Owl), il gufo saggio, e infine Kanga e Roo, la mamma canguro e il suo piccolo.


Tutto questo vi ha smosso qualche ricordo d'infanzia? 
Suppongo di si perché, soprattutto grazie alla Disney questi personaggi sono diventati strafamosi in tutto il mondo e probabilmente non c'è bambino che non abbia avuto un peluche a forma di uno dei personaggi citati, o un oggetto che ne riportasse l'effige. 
Famosa è stata anche la faccenda per cui i Pooh hanno rischiato ingenuamente una questione legale dato che su alcuni loro dischi degli anni 70 mettevano una sagoma con la forma dell'orsetto


dato che il loro nome era ispirato proprio a quello, ma lo fecero senza chiedere nessun permesso, perché in effetti agli albori della loro carriera musicale non pensavano che ciò potesse essere illegale. 
Probabilmente adesso quei dischi "illegali" hanno anche un valore speciale per i collezionisti perché poi, nelle ristampe, l'orsetto è sparito. 

martedì 13 ottobre 2026

ESSI VIVONO: OBEY, CONSUME, MARRY AND REPRODUCE, NO INDEPENDENT THOUGHT

 Da ieri è tornata al cinema, e ci resterà fino a domani, una delle opere più particolari del regista John Carpenter in un nuovo restauro 4k.


Nel film, grazie a degli speciali occhiali da sole che il protagonista trova per caso, si poteva vedere il mondo com’era davvero invece di vedere una simulazione indotta. 
E a ripensarci quasi quarant’anni dopo forse viene anche il leggero sospetto che dietro internet e l"intelligenza artificiale ci sia la stessa manipolazione subliminale a guidarci nella vita, bombardati come siamo dalla pubblicità che ci circonda.

Si tratta, se c'è bisogno di dirlo, di Essi Vivono, uscito negli States nel 1988, dove John Nada (Roddy Piper), operaio disoccupato, scopre, grazie appunto a questi occhiali da sole, che il mondo è governato da una classe dirigente aliena capace di manipolare la realtà attraverso i media, la pubblicità e il consumismo. 
Sceneggiatura che è liberamente ispirata al racconto Alle Otto Del Mattino di RAY NELSON.

C'è fantascienza, horror (ma ricordo che al videonoleggio qualcuno diceva: "eh, ma non fa mica paura"), action e satira politica, e nel tempo è diventato uno dei titoli più citati della filmografia di Carpenter, sia per le sequenze diventate iconiche (tipo la lunga scena di combattimento tra Piper, che è stato principalmente un wrestler, e Keith David)

sia per gli inserti subliminali con le scritte (inquietanti, vero?) che ho messo lassù nel titolo del post, nascosti nei cartelloni pubblicitari e nei messaggi del film. 
Se la memoria non mi inganna, il film arrivò in Italia solo per l'home video, perciò questa è la prima vera grande occasione per noi di vederlo sul grande schermo e sentire a palla la colonna sonora tutta synth dello stesso John Carpenter.

lunedì 12 ottobre 2026

L'INNO DEL "POI CI PENSIAMO"

 È la mattina del 12 ottobre 1946 e nei corridoi del Consiglio dei Ministri c'è un fermento terribile: l'Italia è appena diventata una Repubblica, la monarchia è un ricordo e la vecchia Marcia Reale è stata archiviata.


C'è solo un piccolo dettaglio: tra poche ore c'è una cerimonia ufficiale e lo Stato non ha una colonna sonora. 
Il Ministro della Guerra, Cipriano Facchinetti, entra trafelato nell'ufficio del Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, sventolando uno spartito.
"Alcide! Abbiamo un’emergenza nazionale! Oggi pomeriggio giurano le Forze Armate e non abbiamo un inno. Che gli facciamo cantare, la canzone vincitrice del Festival di Sanremo?"
De Gasperi strabuzza gli occhi "Cos'è il Festival di Sanremo? Devono ancora inventarlo e Sal Da Vinci non è ancora nato...", quindi, con la calma dei forti, alza lo sguardo dalle sue carte.
"Cipriano, calmati. Non abbiamo tempo di fare un concorso pubblico. Cosa hai lì?"
"È il Canto degli Italiani. Scritto da Mameli nel 1847, musica di Novaro. Fa molto Risorgimento, è energico. Ascolta: Fratelli d'Itaaaalia..." intona Facchinetti, stonando vistosamente sull'acuto nonostante quel cognome che fa tanto Pooh.
"Va bene, va bene, approvato!" lo interrompe De Gasperi per salvarsi le orecchie. "Facciamo un decreto al volo. Però scrivici 'in via provvisoria'. Appena approviamo la Costituzione, l'anno prossimo, facciamo un bando serio, troviamo qualcosa di più moderno. Magari sentiamo Verdi, che è uno bravo, o qualcun altro.".
Il decreto viene firmato. 
L'inno è provvisorio, come quando metti un divano letto comprato in attesa di arredare per bene la nuova casa.
Passano gli anni. 
Arriva il 1948, la Costituzione entra in vigore, ma l'Inno di Mameli funziona bene, la gente lo impara. 
Il fascicolo "Inno Nazionale (Definitivo)" viene adagiato su una scrivania del Ministero.

Nel 1950, un solerte impiegato che chiameremo Umberto, come colui che su questa vicenda ci scriverà un libro, nota il fascicolo.
"Capo, ma qui c'è scritto che Mameli è provvisorio. Non dovremmo renderlo definitivo?"
Il capo guarda la pila di fogli sulla ricostruzione post-bellica, i fondi per le strade, le tensioni politiche.
"Umberto, l'Italia sta in piedi per miracolo. Finché i calciatori muovono le labbra prima delle partite, va bene così. Mettilo nel cassetto in basso. Poi ci pensiamo."
Il cassetto in basso diventa una dimensione spazio-temporale.
Passano i decenni. 
L'Italia vive il boom economico, scopre la televisione, vince i Mondiali del 1982.

Pertini presidente esulta in tribuna sulle note di un inno che legalmente ha lo status giuridico provvisorio, ma forse nemmeno Sandro ne è stato messo al corrente.
Nel 1990, durante le notti magiche di Italia '90, un giovane stagista del Parlamento ritrova il faldone, ormai ricoperto da tre dita di polvere risorgimentale.
"Scusate, ma lo sapete che l'Inno di Mameli non è l'inno ufficiale? È ancora provvisorio dal 1946!"
I deputati si guardano allibiti.
"Ma come? Ci abbiamo fatto dieci Olimpiadi! Va beh, dai, facciamo una legge la settimana prossima. Ora c'è la finanziaria."
Arriva il nuovo millennio. 
C'è l'Euro, c'è internet, i telefoni diventano smart. 
Mameli è sempre lì, abusivo ma amatissimo, sul podio dello spirito nazionale. 
Ogni volta che un politico propone di ufficializzarlo, succede qualcosa: cade un governo, c'è una crisi mondiale, o semplicemente ci si dimentica. 
Ormai i burocrati considerano la provvisorietà di Mameli un patrimonio culturale, come il Colosseo. 
"Se lo rendiamo definitivo, si rompe la magia", sussurrano nei corridoi.
Finalmente, arriviamo al 15 novembre 2017. Il Parlamento italiano, con la rapidità di un bradipo centenario, decide che 71 anni di prova possono bastare. 
Viene approvata la legge numero 181.

L'INNO DI MAMELI è, finalmente, l'inno ufficiale della Repubblica Italiana.
Si dice che nei sotterranei di Palazzo Chigi, lo spettro di Goffredo Mameli abbia tirato un sospiro di sollievo, esclamando: "Meno male. Cominciavo a pensare che non gli fosse piaciuto!".

domenica 11 ottobre 2026

IRMA VEP E LA SUA PRIMA VOLTA

 Trent'anni fa esatti usciva in Italia il film Irma Vep diretto da Olivier Assayas e pellicola che probabilmente nessuno ha mai visto al cinema se non in quelli d'essai.


Nemmeno in quelle sale lo vidi io, e, anzi, di come l'ho scoperto personalmente per puro caso l'avevo raccontato in un VECCHIO POST. 
In Francia, essendo appunto un film francese, era già stato presentato a maggio del 1996 al Festival di Cannes. 
La protagonista era una giovane Maggie Cheung spaesata a Parigi dove era stata scritturata per girare il remake di I Vampiri, un film muto del 1915 (ne era stata fatta una serie di pellicole visto il successo che ebbe all'epoca) aggiornato negli anni 90 tra latex,

interessi lesbo, sdoppiamenti di identità e registi che improvvisamente spariscono lasciando tutto incompiuto. 
Assayas ne ha realizzato poi un sequel sotto forma di SERIE TV con Alicia Vikander andato su Sky e che verso la fine diventa ancora più fantasioso e surreale, ma l'originale per me rimane ancora migliore pur essendo abbastanza bizzarro e sgangherato. 
Bizzarria che, quando viene fatta bene, considero sempre un valore aggiunto. 

sabato 10 ottobre 2026

FROM GENESIS TO REVELATION: NUOVA VESTE

 L'album di debutto dei Genesis, il primissimo in assoluto, si intitola From Genesis To Revelation,


ma nella band ancora dovevano arrivare Phil Collins e Steve Hackett. 
Al loro posto (ai lati della foto sotto) c'erano Anthony Phillips alla chitarra e John Silver (si, come il pirata de L'Isola Del Tesoro, è vero) alla batteria, subentrato a Chris Stewart prima delle sessioni di registrazione dell'album. 
Il resto della band mostrava già Peter Gabriel (voce, flauto), Tony Banks (tastiere, pianoforte) e Mike Rutherford (basso, chitarra),

tutti e tre riconoscibili nonostante il look vagamente da mods. 
All'epoca erano tutti studenti tra i 16 e i 18 anni, e registrarono il disco in tre giorni ad agosto durante le vacanze estive. 
Pubblicato il 28 marzo del 1969 dalla Decca Records nel Regno Unito, l'album è in realtà un capitolo unico e musicalmente distante anni luce dal sound progressive rock che avrebbe reso la band leggendaria negli anni successivi. 
Il produttore era Jonathan King, ex allievo della stessa scuola dei cinque ragazzi, la Charterhouse School. 
Fu proprio lui a suggerire il nome Genesis, come per indicare l'inizio di una carriera. Sempre King ebbe questa idea di creare un concept album basato sulla Bibbia, che partisse dalla creazione (From Genesis) fino all'apocalisse (To Revelation).

Il singolo estratto fu THE SILENT SUN, un brano che si rifà agli anni pop dei Bee Gees (quelli ancora senza il falsetto di Stayn' Alive) e infatti Peter qui nel cantare ricorda molto Robin Gibb che all'epoca era il solista del trio di fratelli. 
Andavano forte anche gli Who, per cui King indirizzò i ragazzi verso uno stile simile a tutti quei punti di riferimento, come si può intuire in THE CONQUEROR

che nello stile sembra proprio una traccia rimasta fuori dall'album Tommy. 
Tuttavia quando un produttore ci mette tanto delle sue idee, finisce quasi sempre per snaturare il progetto e infatti fu sempre sua l'idea di arricchire le registrazioni con un'orchestrazione aggiuntiva di archi e fiati scritti da Arthur Greenslade e Lou Warburton, un pò come George Martin lavorava in post produzione sugli ultimi dischi dei Beatles (evidentemente anche i Fab Four erano stati un motivo di ispirazione per il produttore). 
Ma i cinque ragazzi che, al contrario, preferivano arrangiamenti acustici tra pianoforte e intrecci di chitarre a 12 corde, rimasero insoddisfatti da questa scelta pop commerciale fatta a loro insaputa.

Ed ecco che quindi è stata pubblicata ieri una massiccia riedizione deluxe (approvata da Gabriel, Banks, Phillips e Rutherford) che, ad un prezzo pazzesco, oltre all'edizione originale, include un nuovo mix stereo curato da Stephen W. Tayler pensato appositamente per dare risalto al vero suono della band, evidenziando la voce solista e riducendo al minimo l'impatto dell'orchestra originaria, che comunque, tutto sommato, a me non dava poi così fastidio,

anzi, in questa FIRESIDE SONG, come attaccano gli archi, dopo i 50 secondi di introduzione con il pianoforte, sembra di sentire l'apertura di PENSIERO dei Pooh che arriverà due anni dopo (sarà un caso o qualcuno allora aveva già ascoltato i Genesis di importazione?),

e dove anche lì il solerte produttore che avevano allora, Giancarlo Lucariello, aveva aggiunto l'orchestra di Gianfranco Monaldi.
Adesso, avendo parlato infatti anche dei Beatles "ritoccati", qui nel nuovo missaggio l'effetto del lavoro fatto è un pochino meno drastico di quello rivolto all'album Let It Be di cui è uscita già tempo fa la versione "naked", cioè SENZA ORCHESTRAZIONE;

bella versione, ma l'apporto che in questo caso era stato di Phil Spector al posto di Martin, non era stato per nulla eccessivo, a mio modesto parere. 
Ma, specificando che tutti i brani postati dei Genesis sono quelli in edizione originale del 1969, torniamo a noi per notare che al momento del lancio in quell'anno, l'album dei novelli debuttanti musicisti vendette appena 650 copie circa. 
La colpa fu in gran parte di una bizzarra scelta grafica della Decca Records che, pensando di fare una cosa elegante, stampò una copertina completamente nera con il titolo stampato in oro, senza includere il nome della band "Genesis" forse perché già stava nel titolo. 
Tant'è che allora molti negozi di dischi britannici scambiarono l'album per un disco di musica religiosa e lo posizionarono nei reparti di classica o musica sacra, condannandolo all'invisibilità commerciale. 
Subito dopo questo insuccesso, i rapporti con Jonathan King si interruppero e la band cambiò rotta, reclutando come batterista John Mayhew, firmando per la Charisma Records e dando ufficialmente vita alla loro era progressive con l'album TRESPASS (1970).

Si, Phil (le cui condizioni di salute vanno purtroppo ogni giorno peggiorando) e Steve ancora non c'erano e arriveranno solo dal terzo album, cioè da Nursery Cryme in poi per cambiare ulteriormente il sound sempre in meglio. 
Concludo con un addio ad un collega, diciamo così se si può, poiché quando io giravo nelle piccole radio locali lui passava da Radio Montecarlo a 105, a 101, a RTL 102.5, eccetera partendo, nel 1969, da Radio Veronica, una storica emittente olandese che trasmetteva da una nave al largo delle coste dei Paesi Bassi, fuori dalle acque territoriali, per aggirare le leggi che all’epoca limitavano la radiodiffusione privata.

Sto parlando infatti di Federico Van Stegeren, detto L'Olandese Volante poiché era nato nei Paesi Bassi, ma aveva vissuto da sempre in Italia facendo lo speaker radiofonico e, a volte, anche il cantante. 
Aveva 76 anni. 
Addio Federico. 

venerdì 9 ottobre 2026

THE PHANTOM OF THE OPERA: MUSICAL E FILM

 Anno 1986: The Phantom Of The Opera debutta il 9 ottobre all'Her Majesty's Theatre, (più di recente cambierà ovviamente nome in "His" Majesty's Theatre) nel West End londinese, e diventerà il secondo musical più longevo dove il primato rimane a Les Misérables, mentre due anni dopo a Broadway (nella foto sotto) conquisterà il primo posto.


Lo spettacolo, nato dal compositore Andrew Lloyd Webber e dal leggendario produttore Cameron Mackintosh (Les Misérables, Cats), si è trasformato fin dalla prima sera in un fenomeno culturale globale senza precedenti. 
Il Fantasma era interpretato dall'allora giovanissimo Michael Crawford (tutt'ora in attività), che seppe dare al personaggio una caratterizzazione fortissima.

Christine invece era interpretata dal soprano Sarah Brightman (all'epoca moglie di Lloyd Webber), la cui voce già si era sentita in dischi completamente diversi come QUESTO del 1978 con gli Hot Gossip dove, allora diciottenne, debuttava indossando delle mise spaziali un pò tra BARBARELLA e la serie tv U.F.O..


Ma mettiamo un attimo da parte le foto per i buongustai e parliamo invece del debutto del musical che fu sbalorditivo per i suoi straordinari effetti speciali, come la caduta dell'enorme lampadario e la suggestiva discesa in barca del Fantasma e Christine verso i sotterranei dell'Opera, avvolti dalla nebbia e illuminati da centinaia di candele che emergevano dal pavimento. 
Il successo commerciale è stato tale che la produzione londinese non ha mai abbandonato il suo teatro d'origine (salvo una breve pausa tecnica per restauri), superando le 15.000 repliche. 
Storia più volte trasposta in film horror non musicali e purtroppo non sempre riusciti, è ottima e spettacolare invece la versione musical del 2004 diretta da Joel Schumacher

con Gerard Butler ed Emmy Rossum, e che ha una particolare edizione italiana dove le canzoni sono ricantate nella nostra lingua come nei film Disney, ma qui con un risultato non del tutto convincente. 
Meglio in lingua originale. 
E poi, se non volete farvi mancare proprio nulla, ci sono anche le rivisitazioni della storia come Il Fantasma Del Palcoscenico (Phantom Of The Paradise, 1974) di Brian De Palma,

ambientato nel mondo della musica rock e pop degli anni '70, dove il regista sembra "antici---pare" sullo schermo un gusto scenico alla THE ROCKY HORROR PICTURE SHOW che arriverà al cinema l'anno successivo dopo i successi (NON IMMEDIATI) avuti a teatro. 

giovedì 8 ottobre 2026

GOOD FORTUNE: I NUOVI ANGELI (COME IL GRUPPO POP DEGLI ANNI 70)

 Su Prime Video c'è Good Fortune, un film commedia dove Keanu Reeves con barba e hairstyle da JOHN WICK, ma in un rassicurante spolverino bianco, per una volta non semina morte dove passa, ma, anzi, fa la parte di un angelo pieno di buone intenzioni.


L'unico problema è che il suo unico compito sarebbe quello di evitare che la gente muoia guidando con il cellulare in mano, ma lui è leggermente intraprendente, nonché pasticcione, e si prende a cuore le vicende dello sfigatissimo protagonista interpretato da Aziz Ansari, simpatico, ma che dirige pure la pellicola. 
Quindi di sua iniziativa gli scambia la vita con quella di un miliardario con il volto di Seth Rogen per fargli capire che tutto sommato anche da ricchi non è tutto così bello. 
Idea carina quella degli angeli, e già sfruttata altre volte nel cinema quella dello scambio (qualcuno ha pensato a UNA POLTRONA PER DUE?), ma il film è lontano anni luce da Wim Wenders e il suo Il Cielo Sopra Berlino, e diverte molto meno del classico natalizio di John Landis dato che soffre di una regia piatta come non mai e fatica a tenere desta l'attenzione forse perché Aziz è alla sua prima prova dietro la macchina da presa. 
Di buono c'è che la colonna sonora contiene tutte canzoni anni 80,

perfino BOYS di Sabrina Salerno. 
Sui titoli di coda poi arriva giustamente a suggellare il tutto SEND ME AN ANGEL dei Real Life, band new wave australiana nota per questo unico grande successo dal sound tutto synthpop malinconico,

e gruppo che, all'epoca della sua uscita, credevo assolutamente che fossero british come tutti quelli della brit-invasion che andava allora. 
La cosa buffa è che, rivedendo adesso il video dei Real Life, mi sono accorto quanto Gigi Rock,

comico musicista di Zelig, assomigli al frontman della band australiana. 

QUEL TENERO CENTENARIO DI WINNIE POOH

 Si racconta che nel 1914, un tenente canadese di nome Harry Colebourn comprò un piccolo orso orfano e lo chiamò Winnipeg, da cui il diminut...