C'erano una volta gli anni 80, ma quelli con Lio, Plastic Bertrand, Caroline Loeb e molti altri artisti d'oltralpe che davano il loro contributo in risposta alla british invasion di Duran Duran, SPANDAU BALLET, Depeche Mode e simili.
Anche Guesch Patti (all'anagrafe Patricia Porrasse) si dava parecchio da fare e scalava le classifiche di tutta Europa, quindi anche italiane, con ÉTIENNE, dove, al pari della canzone Kobra di Donatella Rettore, le allusioni non proprio velate alla fellatio nel testo della canzone (qui nel video con traduzione italiana) sono chiarite dal fatto che in francese il nome proprio maschile Étienne, che tradotto in italiano sarebbe Stefano, è uno dei nomignoli francesi del pene (cosa che allora non sapevo assolutamente), un pò come gli americani lo chiamano Dick e i britannici anche Willy.
Disquisizioni linguistiche a parte, la cantante, il cui padrino era Bernard Blier (lo ricordiamo come vittima della ghenga di AMICI MIEI), è deceduta un paio di giorni fa ad 80 anni dopo aver fatto qualche piccola apparizione nel mondo del cinema, e ricordiamo anche le sue performances musical-recitative al Festival di Sanremo del 1988 e al Festivalbar dello stesso anno con l'altro singolo LET BE MUST THE QUEEN.
Poco più di una settimana fa, in occasione della dipartita di PIPPO BAUDO, mi trovavo ad elogiare Techetecheté che ultimamente mi sta dando grosse soddisfazioni, ed ecco che la scorsa settimana arriva una puntata sugli anni 80 della Italo-disco,
periodo al quale sono molto legato perché l'ho trascorso facendo girare i vinili sui piatti Technics in discoteca (no, non dico che suonavo, state tranquilli).
E quindi aggiungo un ulteriore punto a favore di Rai1 con invece un piccolo appunto a Stefano Zandri (“chi cacchio è?" diranno i più) cioè Den Harrow
il cui nome d'arte era un gioco di parole su "denaro", come lo erano anche i nomi di altri suoi due colleghi degli esordi Joe Yellow e Jock Hattle, sempre facenti parte della scuderia di Turatti & Chierigato.
Stefano infatti sul suo profilo Facebook dichiara di aver visto quella puntata in tv e di essersi reso conto di quanto fossero horror i look di allora. Beh su questo caro Stefano di cui ho fatto girare parecchi dischi, dissento completamente poiché i look anni 80 sono stati e rimangono assolutamente iconici con nulla da invidiare a quelli dei loro colleghi internazionali come Duran Duran e Spandau Ballet, e te lo dice uno che in quegli anni è uscito per strada sia come paninaro che come new dandy pseudo dark. Quello che era invece davvero orribile era il balletto che spesso accompagnava le esibizioni finte live come a Discoring e posso citare RAGGIO DI LUNA (produzione italiana, ma cantante francese, al secolo Mandy Ligios) con Comanchero, ma sopratutto in assoluto gli EASY GOING con Baby I Love You, davvero imbarazzanti nonostante quel pezzo mi piacesse un botto. Tant'è che c'erano anche alcuni, come SAVAGE (Roberto Zanetti noto in seguito come Robyx) per la sua Don't Cry Tonight (non presente nella puntata, ma visto in un ALTRO SPECIAL), che racconta che, dato che non sapeva ballare, per non sembrare ridicolo si inventava pose statiche e mosse con le mani, cioè una specie di antenato di POSAMAN.
Per Den Harrow e altri suoi colleghi come Spagna (allora ancora immune dalla chirurgia plastica selvaggia), per esempio, invece anche il muoversi sul palco era perfettamente centrato con la canzone che presentavano.
Che vabbè, nel caso di Stefano è risaputo che non cantasse lui, ma Tom Hooker e Silvio Pozzoli
(no, non è Gigi del duo Gigi & Ross), ma chissenefrega dato che il risultato funzionava (anche con Baltimora e Valerie Dore, per dire) e il produttore tedesco FRANK FARIAN lo aveva capito già bene dagli anni 70 quando cantava in studio al posto di Bobby Farrell dei BONEY M (nelle poche esibizioni live invece era proprio Bobby a cantare, ma in modo molto diverso) e poi in seguito ha messo su i Milli Vanilli con tutti i casini che sono successi.
Bene, per quanto mi riguarda spero che Techetecheté continui a sorprendermi così che va bene.
Anzi, sulla sua scia intanto ieri sera Raidue ha mandato in onda invece la prima puntata di uno speciale su Discoring,
anche quello molto bello e zeppo di ricordi.
Naturalmente anche la puntata di Techetecheté è su Raiplay ancora per qualche giorno e consiglio di vederla finché possibile.
Di Trevor Horn direi che è uno che di musica ne capisce abbastanza fin da quando con Geoff Downes, sotto il nome di Buggles, aveva creato quella hit pazzesca che era VIDEO KILLED THE RADIO STAR.
Ma non contento, il buon Trevor fa contemporaneamente anche il produttore e tira fuori cose come i britannici Frankie Goes To Hollywood, i tedeschi Propaganda, i concettuali Art Of Noise e il ritorno di Grace Jones (con anche i meno fortunati Dollar, bisogna dire), spadroneggiando fino agli anni 90 con le russe TaTu, mentre, giusto per non farsi mancare nulla, nel 1980 canta pure in DRAMA, disco degli Yes appena abbandonati da Jon Anderson e Rick Wakeman, portandosi dietro anche Geoff perché mancava giusto un tastierista e prendendo in seguito le redini per produrre poi 90125, quell'altro disco della band britannica che segnava il ritorno quasi al completo della lineup originale con Trevor Rabin al posto di Steve Howe e Tony Kaye (primo tastierista della band a cavallo fra gli anni 60 e 70) a sostituire Rick Wakeman. A dirla tutta il gruppo in realtà era stato composto inizialmente per chiamarsi Cinema dato che l'idea era partita da Rabin, il quale ha spesso a che fare con le colonne sonore, con le canzoni che dovevano pure essere cantate da lui.
Il ritorno di Anderson invece cambió le carte in tavola (Rabin francamente non era molto entusiasta di ciò), e i fatti diedero ragione ad Horn sfornando, per la prima volta nella storia della band progressive, anche una hit da discoteca che era Owner Of A Lonely Heart, con anche un doveroso ritocco al look dei componenti che, nonostante avessero già un'età più avanzata dei vari Duran, Spandau e Depeche, si uniformarono alle cotonature e agli abiti di quel decennio.
Adesso Trevor Horn ha fatto uscire da qualche mese un disco a suo nome dove rilegge alcuni suoi lavori grazie al contributo di altri artisti, per cui fa cantare con un mood completamente differente OWNER OF A LONELY HEART a Rick Astley, quello di Never Gonna Give You Up, ovvero un mito degli anni 80, mentre altre canzoni sono cover sempre pescate da quel decennio, come Seal che rifà Steppin' Out di Joe Jackson, oppure PERSONAL JESUS dei Depeche Mode cantata qui da Iggy Pop con una vocalità che la rende molto simile alla versione già esistente di Johnny Cash, ed altri brani ancora che riservano davvero molte sorprese dimostrando che gli anni 80 non erano poi così tutta apparenza o fuffa come molti critici si ostinavano a farci credere 40 anni fa. Anzi già nel suo disco precedente, Reimagines The Eighties, Trevor riarrangiava con la Sarm Orchestra alcune canzoni sempre degli anni 80.
Oddio...
Vuoi vedere che fra 40 anni si rivaluteranno nello stesso modo tutti i pseudocantanti che vengono sputati fuori dalle radio e dai talent a getto continuo?
Ho qualche dubbio a riguardo, ma mica sono Nostradamus, per cui ne riparliamo nel 2063.
Eh si, fra una cosa e l'altra è una settimana piena di musica questa che ci porta verso il Santo Natale, ma siccome gli Wham! li abbiamo già passati MARTEDÌ e Mariah Carey ci pensa da sola ad arrivare, proprio come il suo collega Michael Bublé, e comunque il vicino sabato sarà a tema, oggi si cambia genere perché compie 40 anni un disco che ha lanciato i Van Halen nelle alte posizioni delle classifiche al pari dei Duran Duran, gli Spandau Ballet, Nino D'Angelo 🙄.... ehm...
Cioè si sta parlando di JUMP, un gran pezzo in cui il rock viene coniugato col pop e in cui il compianto Eddie Van Halen si divideva fra chitarra e synth Oberheim (si racconta però che che il frontman David Lee Roth non gradisse molto tale intrusione tastieristica) con due assoli consecutivi che sono passati alla storia anche per il pubblico delle discoteche che però, in quel momento del doppio assolo, notavo sempre che cominciava a guardarsi intorno un po' perso come quelli che guardavano Marty McFly sul palco
partito per la tangente pure lui con un solo metal in quella che invece era iniziata come Johnny B.Goode.
Poi sarà una specie di colleganento astruso, ma la canzone venne usata anche da Steven Spielberg nel 2018 per aprire READY PLAYER ONE, dove appunto torna in scena anche la mitica DeLorean del film di Zemeckis, e la si sente anche almeno in un'altra cinquina di pellicole. E torniamo a noi, ad oggi, poiché era appunto il 21 dicembre del 1983 il giorno in cui Jump veniva pubblicata e anticipava l'arrivo dell'intero album che sarà intitolato 1984 dato che uscirà proprio nell'anno successivo, e anno che si portava dietro anche tutti i riferimenti di Orwell e il Grande Fratello (nooo, non quello di Canale 5) grazie agli EURYTHMICS. Canzone invece quella dei Van Halen che ha avuto anche l'onore di essere stata COVERIZZATA da Paul Anka in una divertente versione swing in un album dove il vecchio crooner rivoltava come calzini tanti titoli famosi provenienti dal mondo del rock. E con il ricordo di questo pezzo spero di aver riportato alla mente anche un chitarrista geniale che SE NE È ANDATO troppo presto e definito da molti il più veloce del mondo, lui con la sua band che, al contrario dei rockers dalle espressioni truci, si presentavano sempre con il sorriso.
Ultimamente ho parlato spesso dei Duran Duran, così per contropartita, su Prime Video ho visto Soul Boys Of The Western Wolrd, un bel film documentario sugli Spandau Ballet, una delle band simbolo degli anni 80 che racconta la loro storia fin dagli inizi con loro ragazzini che si esibiscono in piccoli club, già con il giovane Tony Hadley che non puoi non notarlo alto com'è rispetto agli altri quattro.
Inizi che musicalmente erano parecchio synth pop marcatamente new wave con abiti di scena che sembravano presi a Peter Pan o Robin Hood (come si può vedere anche nella copertina del bluray qui sopra), ma poi vedi che con il tempo il loro sound (e look) si sposta verso una certa raffinatezza quasi soul ed estrema eleganza come forse i più se li ricordano con quel capolavoro che è stato THROUGH THE BARRICADES. Si racconta poi dello scioglimento causato da divergenze sulle royalties e certi attriti sulla parallela carriera da attori di Gary e Martin Kemp, con Tony che se ne parte per una sua altra personale carriera solista e infine il film si conclude con la reunion del 2007 fra abbracci e baci da volemose bbene come se non fosse mai successo nulla con il classico happy ending tutto sorrisi (e canzoni).
E lì finisce il racconto in video.
Peccato però che sto film non ti dica che poco tempo dopo Tony uscirà nuovamente dalla band (pare sempre per i soliti motivi economici) incazzato nero per non tornare "mai più"
(parole sue e di Antonio Zequila con il quale condivide la giacca), e con il resto della band che, per terminare il tour, ingaggia un giovanotto come cantante, bello, bravo, ma il pubblico ormai ha identificato gli Spandau con Tony Hadley (sebbene tutte le canzoni siano scritte da Gary Kemp) e quella sua voce pazzesca che con gli anni è persino migliorata, perciò il gioco dura poco e la band si scioglie definitivamente.
Adesso Tony porta in giro quel repertorio nei suoi concerti, dove l'estate scorsa ha avuto anche un incidente ad un ginocchio (non sul palco, ma in camerino) per cui l'ultimo show l'ha fatto così
in giacca, braghette, tutore e infradito, dopo aver ricevuto le cure mediche, pur di non mancare all'appuntamento col pubblico.