Ecco un film distribuito nel 1996 (28 giugno negli States e 5 settembre in Italia), ovvero Striptease che ha segnato uno dei peggiori momenti della carriera di Demi Moore, attrice che solo sei anni prima faceva commuovere il mondo in Ghost insieme a Patrick Swayze.
Dopo aver preso parte alla pellicola, infatti, l’attrice entrò in una spirale di Razzie Awards (gli Oscar al contrario) da cui fu difficile tirarsi fuori.
D’altronde, Striptease viene tuttora considerato uno dei peggiori film americani mai visti sul grande schermo sia dalla critica che dal pubblico.
Insomma, tra una cosa e l’altra, l'unica cosa buona per Demi dev'essere stata incassare l’assegno più pagato fino a quel momento che era di 12,5 milioni di dollari, facendola diventare l’attrice allora più pagata al mondo.
Film tra l’erotico e la commedia dove Demi, spesso in scena senza tante coperture, interpreta una madre che, per non perdere la figlia, accetta un lavoro in un locale di striptease grazie ad un fisico allora di tutto rispetto, ma mostrato ancora di recente in THE SUBSTANCE.
Non per niente almeno un solo premio positivo l'aveva preso Demi con un MTV Movie Award come attrice più attraente.
I Razzie Awards invece allora sono stati più che generosi: ben 6 vittorie mettendo quasi a repentaglio la carriera di uno dei volti più rinomati di Hollywood.
Certo è che, anche dopo 30 anni appena compiuti, Striptease se lo devono ricordare in molti buongustai dato che ha incassato ben 113 milioni di dollari dopo averne spesi 50.
Insomma, a conti fatti il suo grande successo commerciale l’ha avuto, ma non sempre i grandi incassi sono sinonimo di qualità.
Sono stati 79 anni di segretezza e te lo ripetono più volte (riferendoso al caso Roswell del 1947 nel New Mexico) nel corso del film che i file sugli UFO e sulle intelligenze extraterrestri sono stati tenuti nascosti al pubblico per esattamente 79 anni.
Finché nelle sale non è uscito appunto Disclosure Day di Steven Spielberg che manda in onda mondiale quei filmati nascosti e torna così su uno dei temi a lui cari, ovvero gli incontri con gli alieni.
Ma in realtà gli alieni, che ci sono e si vedono pure, sono la parte meno importante della trama che invece si basa sulle tante cose da complottista che lo Stato tiene segrete, su fughe mozzafiato dai cattivi comandati da Colin Firth
(ultimanente sempre più legato a questi ruoli) che usa un aggeggio che fa un effetto tipo il Cerebro del professor Charles Xavier (X-Men) e che per la sua forma, se avete visto Project Hail Mary di cui parlerò nei prossimi giorni, dovrebbe ricordarvi qualcosa (perlomeno a me è sembrato qualcosa di simile seppure più piccolo) e pure di divertite auto citazioni di Steven.
Ho riso come un cretino infatti quando i fuggitivi sono arrivati all'Inn-Di-Ana Motel, easter egg che non devo certo spiegare.
Anche la scena del treno
(girata in maniera pazzesca da Oscar per stunt ed effetti speciali) ricorda vagamente la sequenza iniziale di Indiana Jones E L'Ultima Crociata, in cui un giovane Indy scappa su un treno del circo e cade in una vasca piena di serpenti, dando origine alla sua celebre fobia.
Film di due ore e venti che inizia come se mancasse una parte introduttiva (nei cinema di una volta capitava a volte che proiettassero le "pizze" nell'ordine sbagliato e Celentano NE SA QUALCOSA) e che si rivela invece essere un'ottima mossa perché così anche noi spettatori ci troviamo nelle condizioni di Emily Blunt straniata che non capisce cosa le stia succedendo, a lei e a qualcun altro, e pellicola che non ti molla un attimo condita poi magistralmente dalle famose luci che Spielberg mette in scena sempre nei suoi film (ricordate che ne avevo parlato per West Side Story?) e che non solo illuminano, ma fanno davvero la scenografia,
anche certi lensflare che molti considererebbero un difetto e qui invece fanno il marchio del regista.
E attenzione che adesso voglio puntare l'attenzione sul fatto che come regista e sceneggiatore, insieme a David Koepp, Steven sia stato però criticato per questo finale troncato sull'ultima frase un pò come è successo a Il Codice Da Vinci IN TV, ma lì era stato per un pasticcio tecnico.
Chi è rimasto deluso probabilmente non ha capito il vero senso del film perché quella frase sussurrata che non si percepisce (chi non ha pensato al FINALE di Lost In Translation?)
e l'invito successivo del personaggio di Emily Blunt ad "ascoltare" sono un invito ad aprirsi meglio verso gli altri che stanno intorno a noi, di qualsiasi provenienza siano, cosa che invece tendiamo a fare sempre meno rinchiudendoci sui nostri display dei telefoni anche quando andiamo ad un concerto e passiamo tutto lo show guardando lo schermo invece che la performance sul palco.
Dico così perché vedo molti, troppi che lo fanno davvero (forse per poi postare per primi sui social eventuali defaillances dell'artista come è successo di recente a Samurai Jay che ha avuto problemi con l'autotune), mentre io, giuro, preferisco godere appieno del momento live sul palco.
Tutto il succo del film comunque si può condensare nel testo di Imagine di John Lennon, che ci parla di idee semplici: empatia, rispetto per le differenze, condivisione, superamento della religione.
E lo fa dal lontano 1971, ma forse stiamo diventando troppo ottusi per capirlo.
Venerdì è morta a 81 anni Brenda Fricker, attrice irlandese nota soprattutto per aver interpretato la “signora dei piccioni” nel film dove appariva anche DONALD TRUMP (non imbucato allora) Mamma, Ho Riperso L’Aereo – Mi Sono Smarrito A New York,
un personaggio che, molto simile, appariva anche nel Mary Poppins originale interpretata da Jane Darwell.
Ma ricordiamo che in precedenza Brenda aveva anche vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista grazie al regista Jim Sheridan, che nel 1989 le fece interpretare la madre del protagonista di Il Mio Piede Sinistro, quel film che racconta la storia di Christy Brown
(Daniel Day-Lewis qui sopra con lei), uomo con una paralisi cerebrale, ma che riesce a diventare un apprezzato pittore imparando a dipingere con l’unica parte del corpo che riesce a controllare: il piede sinistro, appunto.
Prima Brenda aveva fatto solo qualche partecipazione in serie tv britanniche e piccoli ruoli secondari al cinema.
Restando nel mondo del cinema, a 90 se ne va anche Francesco Massaro,
regista, sceneggiatore e soggettista italiano.
Aveva inziato a lavorare come aiuto regista di Luchino Visconti per IL GATTOPARDO, virando poi sulla classica commedia all'italiana e tra i suoi lavori cinematografici più noti ci sono Al Bar Dello Sport (1983), cult con il neo-novantenne LINO BANFI e Jerry Calà, e Il Lupo E L'Agnello (1980), co-produzione francese con Michel Serrault e Tomas Milian, compreso il suo esordio con Il Generale Dorme In Piedi dove ha diretto Ugo Tognazzi e Mariangela Melato
(si, c'era un pò di nudo femminile, e infatti il film era vietato ai, minori di 14 anni).
Aveva partecipato come sceneggiatore anche al famoso Sposerò Simon LeBon, il film "paninaro" del 1986 tratto dal libro di Clizia Gurrado uscito in pieno fenomeno Duran Duran (Wild Boys! Wild Boys!).
Ed in chiusura è recentissima la notizia della morte dell'attrice Kaylee Hottle ad appena diciannove anni in un incidente stradale nel Maryland dove non stava guidando lei.
Sordomuta dalla nascita, vista anche nel recente reboot di Magnum P.I., si era fatta notare nel ruolo di Jia, la ragazzina in grado di comunicare con il linguaggio dei segni con Kong nella recente saga blockbuster di Godzilla Vs. Kong e il successivo sequel.
Il Met Gala, l'appuntamento annuale della moda, finisce sempre in prima pagina e anche lo scorso lunedì c'è passato il meglio e il peggio dello stile mescolato in uno spettacolo che ha regalato i migliori momenti virali
con la modella Heidi Klum trasformata, grazie ad ore di trucco, in una vera e propria statua vivente (abituata a queste "mutazioni" essendo in passato diventata anche la versione orco di Fiona di Shrek) e Katy Perry in un outfit con volto mascherato e mani con sei dita come citazione delle aberrazioni fisiche presenti spesso nelle immagini generate dalla A.I.,
perlomeno quella più a buon mercato che poi, dopo che ti sei abituato a non farne più a meno, ti chiede di pagare cifre spropositate per andare avanti come è già capitato anche ad aziende di una certa importanza.
Eh si, perché da sempre la grande richiesta fa salire i prezzi (ma per quale concreto motivo poi?).
Quindi star dello spettacolo e della musica internazionale in passerella lunedì scorso e invece le star del cinema nostrano mercoledì sera sono passate su Rai1 per i David di Donatello presentati da Bianca Balti e un logorroico Flavio Insinna che ha fatto un'introduzione confusionaria che di più non si poteva, rimarcando più volte il fatto di voler essere rapidi per le nuove direttive secondo le quali la prima serata non deve più protrarsi fino ad orari da vampiri, ma allungandosi talmente tanto nei preamboli che pareva non riuscire più a concludere il discorso.
Discorso lunghissimo anche quello della prima premiata della serata Matilda De Angelis, anzi così farcito di luoghi comuni, retorica e opportunismi che anche lì sembrava non trovare un punto d'arrivo dato che già le 22.00 erano passate perché in apertura c'era stata anche la perfetta esibizione di Annalisa con BANG BANG seguita da Esibizionista e i licantropi ormai stavano già preparandosi ad uscire.
Vabbè, vampiri e altri mostri fanno comunque parte del cinema, a volte anche QUELLO ITALIANO, ma anche della musica del nostro sabato che oggi, oltre ad aver citato l'apertura dei David di prima (la canzone nella versione di Nancy Sinatra con quella particolare chitarra in effetto tremolo apriva Kill Bill Vol. 1 di Tarantino), posto qui con gli australiani Tame Impala ft. Jennie (cantante sud coreana) e la loro DRACULA con tanto di campana a morto che fa sempre una certa atmosfera da film horror, anche se sappiamo bene che quel genere di film non soddisfa molto i gusti di chi assegna gli Oscar e premi simili.
Ma il premio Oscar alla carriera oggi va sicuramente ai Rolling Stones che nel 2026 stanno per pubblicare un nuovo album Foreign Tongues (dalla copertina bruttissima) e questo IN THE STARS è il secondo singolo che lo anticipa e che arriva giusto per mettere in chiaro come si fa musica vera in questi tempi in cui l'A.I. produce pure quella. E hanno più di ottant'anni questi ragazzi!
Sapevate che la Sony, colosso dell'elettronica moderna e dintorni, in realtà compie oggi i suoi bei 80 anni?
Era infatti il 7 maggio del 1946 quando a Tokyo l'ingegnere Masaru Ibuka e il fisico Akio Morita (nessuna parentela con il Pat di Happy Days e Karate Kid) fondavano la società Tokyo Tsushin Kogyo K.K., che contava all'epoca circa 20 dipendenti.
Nome però un pochino complicato per un'azienda di quel tipo e mancante di quell'appeal capace di caratterizzare i suoi prodotti per attrarre i clienti.
Intanto l'acronimo TTK venne bocciato poiché c'era già la compagnia ferroviaria Tokyo Kyuko, chiamata TKK, e inoltre esisteva gia la TDK che, con ancora un acronimo più simile, sarebbe stata pronta per diventare una delle maggiori case produttrici di nastri magnetici
insieme alla stessa Sony, Maxell, Basf e altre case che ci hanno fornito il materiale per scambiarci i nostri brani preferiti molto prima che arrivassero gli Mp3 in un'epoca in cui non ci facevamo tante menate sulla perfezione del suono.
Comunque il nostro Morita voleva una parola che non esistesse in nessuna lingua, identificabile solo con i suoi prodotti.
Ed ecco che nel 1955 viene trovato il nome Sony, ufficializzato tre anni dopo e che deriva da un incrocio tra la parola latina sonus, quella inglese sunny, cioè soleggiato come l'impero del film di Steven Spielberg,
dove era alla sua seconda prova attoriale, dopo un fantasy non andato molto bene, un bimbo che crescendo diventerà il famoso Cristian Bale, e anche nome di un variopinto duo pop musicale,
e l'espressione del gergo giapponese Sonny boys che indica i giovani brillanti, destinati a una rapida carriera, preso così come un buon auspicio.
Da allora tale marchio (reso spesso lucido metallico quando viene rappresentato), oltre all'elettronica di consumo, si è evoluto in altre branche come il cinema con l'ex TriStar Pictures,
quella del cavallo bianco alato, che passata nelle mani del colosso orientale diventerà Sony Pictures Entertainment (suo è il più recente fenomeno K-POP DEMON HUNTER e già nel 1996 la ditta aveva preso l'Oscar per l'introduzione del SDDS Digital Sound System) e la musica, e a tal proposito ne abbiamo GIÀ PARLATO di come la Sony (Music) sia molto presente anche nel nostro Festival di Sanremo al punto da dividersi la più grossa fetta di artisti con la Warner Music e la Universal.
Dieci anni fa esatti veniva rivenuto senza vita nell'ascensore del suo studio di registrazione, Prince, una settimana dopo il ricovero in ospedale per overdose da oppiacei.
Da molti era osannato come il "Re del pop" (ma dovremmo parlarne con Michael Jackson magari) o sarebbe meglio, riferendosi al suo soprannome, definirlo il "principe" senza, per questo, sminuire il suo valore?.
Si, soprannome perché lui si chiamava Roger Nelson e sorvoliamo sui successivi nomi e simboli d'arte che ha adottato a causa delle liti con le case discografiche (si, in effetti aveva un caratteraccio) e che ho gia RACCONTATO in passato.
Comunque la rivista "Rolling Stone" lo mette giustamente nella lista dei 100 artisti più importanti della storia della musica.
Nato a Minneapolis, nello stato americano del Minnesota, è arrivato al grande successo, nel 1984, con Purple Rain, nome del film di cui è protagonista e del relativo album. Anche di questo ne avevo parlato già in quel POST e pure in UN ALTRO ancora, perciò non mi dilungo oltre.
Aggiungo solo che con il film vinse il premio Oscar per la "miglior colonna sonora" nonostante la pellicola in sé non avesse convinto del tutto i critici (a me invece si), ma in effetti so che andò molto peggio con il sequel Graffiti Bridge che venne addirittura nominato ai Razzie Awards (non so dire se giustamente perché questo invece non l'ho mai visto).
Nel 2015 Prince aveva pubblicato "HITnRUN PHASE ONE" e il successivo "Phase Two", dischi decisamente sperimentali che francamente fanno rimpiangere il suo geniale periodo degli anni 80.
Ma lui nella sua testa era fatto così, lo ha dimostrato anche in occasione dello storico U.S.A. For Africa di cui AVEVO RACCONTATO della sua mancata partecipazione, e quanto prima metterò su queste pagine web anche l'esperienza di Stevie Nicks dei FLEETWOOD MAC che, in occasione delle sessioni di registrazione del suo secondo album da solista dopo BELLA DONNA, un bel giorno si trovò faccia a faccia con lui.
Giornata molto triste per la musica italiana poiché è mancato ieri il grande Gino Paoli a 91 anni (ne parleremo domani insieme ad altri nomi che se ne sono andati), mentre, secondo la tradizione cattolica, oggi che è il 25 marzo sarebbe stato molto tempo fa il giorno del Passaggio del Mar Rosso, evento che è stato immortalato in I Dieci Comandamenti di Cecil B DeMille,
film kolossal che aveva soffiato l'Oscar per gli effetti speciali a IL PIANETA PROIBITO (infatti anche questo "peplum", come il classico della fantascienza, compirà 70 anni il prossimo ottobre), e che, al contrario di quello che si potrebbe pensare, non è per niente un mattone anche perché si avvale di un cast di altissimo livello con nomi come Charlton Heston (Mosè), Yul Brynner, Anne Baxter,
Edward G. Robinson, John Derek, Yvonne De Carlo, Vincent "Thriller" Price e altre celebrità dell'epoca.
Tale scena del Mar Rosso che apre le sue acque per permettere il passaggio degli ebrei e le richiude subito dopo mentre stanno passando anche i soldati egizi che gli stanno dando la caccia, rimane tuttora un effetto speciale grandioso specie se si pensa che venne realizzato nel 1956 proiettando al contrario il riempimento di un vascone d'acqua che in questo modo dava l'idea del mare che si apriva.
Molto meno imponente la versione di Franco Zeffirelli nel televisivo Gesù Di Nazareth dove vedevamo l'acqua ritirarsi come una bassa marea, ma a conti fatti forse era questa la versione più realistica.
Cioè io ve lo confesso anche se vi sembrerà strano, ma quel 25 marzo non c'ero proprio a verificare come fossero andate veramente le cose.
Certo è che la versione hollywoodiana è senza dubbio più spettacolare, fatta apposta per lasciarti a bocca aperta.
Restando sempre nel cinema, il 25 marzo è considerato anche il giorno in cui Dio mise alla prova Isacco ordinandogli di sacrificare il suo primogenito, ma fermandolo un attimo prima di compiere il gesto.
La scena in questo caso era stata inserita da John Houston nel 1966 in La Bibbia,
film dove il regista interpreta Noè e con molti nomi italiani nel cast poiché era una ambiziosa produzione di Dino De Laurentiis.
Sempre lo stesso giorno di marzo, ma in anni/ere differenti, oltre ad essere anche la data della caduta di Lucifero che, ricordiamolo, era stato un angelo bellissimo (il nome significa "portatore di luce") prima di finire giù negli Inferi, è anche quella che il cristianesimo attribuisce alla creazione di Adamo (anche quella raccontata nel film di Houston) ma, in questo caso, preferisco lasciare la parola al maestro Francesco Guccini che ce la racconta in quell'irresistibile, divertentissimo brano che è LA GENESI. Enjoy!
E anche questi Oscar sono passati ormai da una settimana premiando secondo me le persone giuste e nel frattempo, come AVRETE LETTO, ho cominciato a fare i compiti.
Ma torniamo per un attimo al lontano 1956 quando 70 anni fa (per la precisione era il 21 marzo) fu Anna Magnani la prima attrice italiana della storia degli Oscar a ricevere la statuetta per la parte di protagonista del film La Rosa Tatuata e con tale evento si ritrovò tra i grandi nomi di Hollywood.
Per il pubblico americano allora il cinema italiano era conosciuto per VITTORIO DE SICA, l'attore e regista che aveva guadagnato la prestigiosa ribalta degli Academy Awards, e primo italiano a farlo, con due insuperabili capolavori come Sciuscià (1946) e Ladri di biciclette (1948), per cui venne definito padre del neorealismo cinematografico.
Nel 1941 la Magnani, già soprannominata Nannarella, ottenne i primi consensi grazie allo stesso De Sica, che la scelse come coprotagonista in Teresa Venerdì.
Ma quel successo internazionale arrivò quattro anni dopo con la straordinaria interpretazione di Pina nel capolavoro neorealista di Roberto Rossellini (che le fu compagno di vita per un periodo), Roma Città Aperta, per il quale ottenne il Nastro d'argento come "miglior attrice non protagonista".
Con il ruolo principale in Bellissima (1951), del grande Luchino Visconti (regista di cui ho già parlato spesso), le si spalancarono definitivamente le porte di Hollywood.
A pensare per primo a lei fu lo sceneggiatore Tennessee Williams, quello del dramma teatrale UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERO, portato sullo schermo da Elia Kazan.
La sceneggiatura che Williams scrisse nacque pensando all'attrice romana nel ruolo della protagonista Serafina.
Quindi con il regista Daniel Mann le proposero la parte e quest'ultima accettò, seppure ancora incredula di essere stata scelta e con i dubbi sul fatto di lasciare Roma per andare a lavorare oltreoceano.
Uscita nel 1955, la pellicola conquistò la platea statunitense e fece incetta di nomination (otto in tutto) all'edizione degli Oscar dell'anno seguente, portando a casa tre statuette: "miglior fotografia", "miglior sceneggiatura" e "miglior attrice protagonista" vincendo la concorrenza di star del calibro di Susan Hayward e Katharine Hepburn.
La cosa buffa è che quando le telefonarono per avvertirla della sua nomination, pensò subito a uno scherzo e non si presentò a Los Angeles, ma poi, alle cinque di mattina, un'altra telefonata le fece capire che forse il primo d'aprile era ancora lontano.
Quindi fu Marisa Pavan, coprotagonista nel film, che le portò la statuetta dopo averla ritirata al posto suo.
Come promesso, ho inziato a vedere i titoli relativi agli Oscar di quest'anno e non potevo non iniziare dal trionfatore Una Battaglia Dopo L'Altra di Paul Thomas Anderson, regista che avevo scoperto anni fa con lo splendido MAGNOLIA e che finora, per quello che ho visto, riesce a proporre sullo schermo ogni volta un prodotto completamente diverso.
Qui si parte con Leonardo DiCaprio e Teyana Taylor nel ruolo di rivoluzionari in un'America distopica che fanno esplodere cose e poi fanno sesso, e poi fanno sesso mentre fanno esplodere cose, e poi fanno esplodere cose mentre...
Beh, forse non proprio così, ma quasi, finché non nasce una figlia che sarà ricercata da un orribile invasato a cui dà volto e movenze Sean Penn
che si è preso giustamente la statuetta come attore non protagonista.
Da lì il film diventa un road movie con Leo molto simile al Grande Lebowski e Benicio Del Toro sensei che lo aiuta grazie a passaggi segreti claustrofobici.
In certi momenti mi è tornato anche in mente Will Smith in Nemico Pubblico che scappa e corre in accappatoio come se non ci fosse un domani.
Film questo di Paul Thomas che dura ben 2 ore e 40 minuti, ma correndo correndo passano in un botto con anche la colonna sonora ossessiva e pure inquietante di Jonny Greenwood dei Radiohead.
E grazie a tutto questo finalmente per il nostro Anderson, dopo tante volte passate dove ha ricevuto in totale undici nominations, è arrivato il giusto riconoscimento con tre Oscar durante la notte più importante per il cinema.
Oggi si canta e si balla a tempo di musical con il celeberrimo My Fair Lady che un paio di giorni fa ha compiuto 70 anni.
Era infatti il 15 marzo del 1956 quando lo show debuttava a Broadway con Julie Andrews (futura Mary Poppins) e Rex Harrison come protagonisti rimanendo in scena per oltre 2700 repliche, un record per l'epoca.
Non chiedetemi perché, ma si tratta di un musical definito dai critici "perfetto", basato sulla pièce Pigmalione di George Bernard Shaw.
Ambientato nella Londra edoardiana, quella corrispondente più o meno alla Belle Époque francese con quei cappelli femminili dalle tese larghissime, racconta la trasformazione per scommessa di Eliza Doolittle, una povera fioraia con un forte accento cockney, in una sofisticata signora dell'alta società grazie all'aiuto del cinico professor Henry Higgins.
Si parla di classe sociale, linguaggio e amore perché c'è l'inevitabile love story, diventando un classico senza tempo, e secondo me dando in parte l'ispirazione, la scintilla di partenza a UNA POLTRONA PER DUE.
Nel 1964 è stato trasposto nell'omonimo film diretto da George Cukor, vincitore di 8 premi Oscar, con Audrey Hepburn doppiata nel canto da Marni Nixon (trucchetto usato spesso) nel ruolo di Eliza e Rex Harrison che riprende il ruolo di Higgins. Qui sopra UNO dei brani tratti dal film dove "the rain in Spain" diventa "la rana in Spagna" per una pratica questione di sync labiale e anche qui per la versione italiana il canto è affidato a Tina Centi, cantante professionista, mentre Maria Pia Di Meo ha doppiato Audrey solo per le parti recitate.
Già che ci sono, posto anche la locandina italiana, molto differente da quella originale statunitense,
e che mostra Audrey nel famoso outfit divenuto iconico come lo è anche il tubino di Colazione Da Tiffany.
Il musical ha avuto diverse versioni italiane di successo, tra cui quella recente interpretata da Serena Autieri nel ruolo di Eliza e Ivan Castiglione come Higgins.
Purtroppo legati alla musica abbiamo anche due addii a cominciare con Paki Canzi, 78 anni, voce e leader de I Nuovi Angeli, gruppo pop italiano nato negli anni 60 che, come tanti dell'epoca viveva di cover di successi stranieri (anche Obladì Obladà in versione italiana), ma non solo, poiché nel 1971 Roberto Vecchioni aveva contributo con loro per il successo più famoso, DONNA FELICITÀ.
Sempre musica, ma giusto un pò più dura quella dei Motörhead il cui chitarrista Phil Campbell è mancato di recente a 64 anni per le conseguenze di una difficile operazione chirurgica.
Phil era stato nella band per 31 anni dopo Brian Robertson.
Quindi auguri per i 70 anni a My Fair Lady e addio a Paki (Pasquale) e Phil.
Ovviamente sappiamo tutti che non era una Studebaker quella usata nel film Ritorno Al Futuro,
ma se ho citato quella marca di auto americane il motivo c'è perché anche oggi si va al cinema e in più si viaggia nel tempo dato che era il 16 marzo del 1966 quando dagli stabilimenti di Hamilton nell'Ontario, usciva l'ultimo esemplare di Studebaker, auto dalle linee austere, rigorose, massicce, molto diverse dalle più appariscenti Cadillac o Lincoln che, al contrario, parevano veicoli spaziali e, opportunamente modificate, erano state anche le prime Batmobili in tv.
Difatti la produzione maggiore della casa era stata improntata verso i pick-up, ovvero i camioncini che nei film americani abbiamo sempre visto specie nelle zone rurali.
Anche in Ritorno Al Futuro infatti nel 1955 dove finisce Marty McFly, c'è la concessionaria Statler Motors che a Hill Valley vende le Studebaker ed è pubblicizzata sul giornale che legge per rendersi conto di che anno sia quello in cui si trova
dato che intorno a lui le cose appaiono un pochino cambiate rispetto a com'erano solo pochi secondi prima.
La stessa Statler Motors, invece, nel 1985 dal quale era partito stava distribuendo il marchio Toyota con in particolare quel pick-up che tanto piace al nostro ragazzo (anzi, piaceva a moltissimi all'epoca e anche tutt'ora) e che poi alla fine del film troverà nel suo garage dopo aver un pò modificato gli eventi del passato, anche se non si dovrebbe mai fare (ricordatelo casomai doveste andare indietro nel tempo).
Sempre la stessa concessionaria Statler nel futuro 2015 del secondo episodio venderà la Pontiac, che in realtà invece è fallita nel 2010, mentre nel 1855, l'epoca del terzo episodio western, sempre la ditta Statler noleggia cavalli, e due di quelli tireranno il calesse guidato da Clara facendole rischiare così la vita, dopo che Doc si era dimenticato di andarla a prendere alla stazione, con tutto quello che poi ne è conseguito.
Non so se tutti abbiano notato questa continuità nella trilogia di Zemeckis.
Personalmente l'ho scoperto da poco questo particolare e mi ha confermato ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, che si tratta di una grande, geniale terna di film che spero non verranno mai toccati da remake o sequel, come infatti hanno anche dichiarato tutti coloro che ci hanno lavorato. Geniale, si, ma senza nessun riconoscimento da premio Oscar che invece quest'anno ha dato ben sei statuette a Una Battaglia Dopo L'Altra con Leonardo DiCaprio e Sean Penn e che vedrò a breve perché ho promesso di recuperare i titoli che erano in lizza, o almeno il vincitore.
Mentre è uscito da un pò il secondo episodio, compie dieci anni il primo Zootropolis
di cui non ho mai parlato poiché allora questo blog non esisteva ancora, e pellicola che, stranamente, in Italia era arrivata già il 18 febbraio 2016, come anche in moltissimi altri paesi, prima di uscire negli Stati Uniti il successivo 4 marzo per non so quali strategie di marketing.
Forse quello della Disney era un test puntato all'estero per vedere come funzionava essendo un film animato realizzato senza il solito supporto della Pixar (ma John Lasseter c'è) e che riportava in scena, un pò come fosse un omaggio in CGI, animali antropomorfi come in quel meraviglioso ROBIN HOOD del 1973
che, forse non tutti lo sanno, riutilizzava molte sequenze in rotoscope che erano state realizzate per Biancaneve E I Sette Nani, poiché in Disney non si butta via niente e infatti la stessa sequenza la si vede anche in Gli Aristogatti, come anche Il Libro Della Giungla ha fornito qualche animazione, basta modificare leggermente il personaggio et voilà... ecco pronta la nuova sequenza perfettamente animata.
Trucchetti a parte, Robin Hood rimane tuttora uno dei punti più alti della casa di Topolino.
Difatti in Zootropolis c'è anche qui protagonista una volpe, Nick, che è uno con la fedina penale non proprio limpida, e che aiuta la giovane coniglietta Judy (no, non è una di quelle conigliette delle riviste...), recluta in polizia, a risolvere un mistero misterioso.
Nonostante i personaggi teneramente "furry", le tematiche della trama hanno riferimenti d'attualità e il film si è aggiudicato l'Oscar 2017 come miglior film d'animazione.
Nella versione originale c'è Shakira come guest tra i doppiatori,
mentre in Italia fanno capolino Paolo Ruffini, Frank Matano e Nicola Savino.
Insomma è carino, ma tuttavia non ricordo un merchandising forte come c'è sempre stato invece in altre occasioni da parte della Disney.
Come ultimamente si usa fare al cinema, torna nelle sale per tre giorni, il 12,13 e 14 gennaio (ma non tutte le sale hanno queste date),
Qualcuno Volò Sul Nido Del Cuculo in edizione rimasterizzata in 4k per i suoi 50 anni, film durissimo, ma anche commovente e a tratti divertente, capolavoro di Milos Forman sui malati di mente o considerati tali, con un cast di giovani future star da Jack Nicholson e le sue già belle pronte espressioni a Danny DeVito, da Christopher Lloyd a Will Sampson, da Brad Dourif fino a Louise Fletcher nel ruolo della terribile infermiera Ratched che si è meritata di recente su Netflix una SERIE TV tutta sua seppure controversa nel senso che non a tutti era piaciuta.
Per me invece in quella serie decisamente splatter ci avevo trovato molto Kubrick dentro perlomeno nel tipo di riprese.
La pellicola uscì negli USA il 20 novembre 1975 quindi in realtà avrebbe 51 anni, ma certamente il ricordo è legato alla notte degli Oscar del 1976 quando si portò a casa ben cinque statuette, mentre in Italia arriverà il 12 marzo 1976 con questa locandina
e qui con il divieto ai minori di 14 anni per il linguaggio e le situazioni.
Ma francamente in un periodo come quello dubito che il ragazzino adolescente volesse andare al cinema a vedere un film come questo mentre l'offerta alternativa (sempre con il divieto) presentava i classici film commedia italiani scollacciati, beceri sicuramente, ma quanti incassi hanno fatto allora?
Sempre in tema di grandi compleanni festeggia 30 anni Zelig che torna da stasera su Canale 5.
Forse potreste rimanere straniati nel vedere questa famosa locandina non esattamente come la ricordavate.
Certo, perché si tratta di Balla Coi Lupi, strapremiato agli Oscar, ma la locandina però riporta il nome di Renato Casaro, ovvero colui che l'aveva disegnata e che è mancato pochi giorni fa ormai prossimo ai 90 anni, come tre anni fa ci aveva lasciati anche ENZO SCIOTTI, altro artista del poster cinematografico perché ai tempi si usava fare così ed era molto meglio di certi brutti photoshop attuali,
prendendo come esempio fra le più brutte locandine (o copertine di dvd/Blu-ray) quella di Furiosa.
Ecco allora, come avevo fatto per Enzo, una breve galleria di altre sue opere, tutte firmate da Renato che probabilmente aveva una certa predilezione per il western all'italiana, mentre Sciotti, se ricordate, si era indirizzato più verso horror e thriller.
E dico opere perché di vere e proprie opere artistiche si tratta.