Oggi, nella nostra sala d'essai virtuale, abbiamo in programma un film relativamente recente (nove anni), ma che racconta una storia di 50 anni fa, perché correva infatti l'anno 1974 ed era quindi, come oggi, il 7 agosto quando i newyorkesi rimasero tutti con il naso insù a guardare cosa combinava un pazzerello sulle Torri Gemelle appena costruite di fresco... No, per fortuna non c'era nessun attentato quel giorno, ma piuttosto una prova di abilità non da poco poiché Philippe Petit, un funambolo affascinato dalle sfide in grande stile, stava camminando in equilibrio su un cavo teso fra le due torri senza alcuna protezione.
Come dicevo lassù, la vicenda, oltre che in un libro scritto dal protagonista e poi in un documentario, è stata anche raccontata nel 2015 in un vero e proprio film diretto da Robert Zemeckis, film che avevo citato rapidamente già in un POST sull'annivesario dell'11 settembre, e oggi, anniversario invece dell'impresa, porto un po' di approfondimento su questa pellicola dove l'effetto 3D ti fa venire davvero le vertigini
con quelle riprese in green screen, ma che risultano così reali grazie ad uno staff come si deve, nel senso che Robert non è l'ultimo arrivato nel cinema e sa con che persone lavorare per raggiungere un risultato perfetto.
Tecnicamente però bisogna precisare che il film non era stato girato da subito in 3D come gli Avatar di Cameron, ma convertito così solo successivamente. Petit rimase sul cavo sospeso nel vuoto per ben 45 minuti mentre su entrambe le torri gli agenti di polizia lo aspettavano per arrestarlo, cosa che alla fine riuscirono a fare.
Tuttavia, l'applauso del pubblico, la rilevanza mediatica dell'impresa e la benevolenza del giudice fecero si che la punizione non fosse poi così tremenda.
Joseph Gordon-Lewitt con lenti a contatto azzurre interpreta Petit nel film e, per chi se lo fosse perso, consiglio davvero di recuperarlo su Prime Video, che magari a immaginarsi lassù in cima alle torri viene pure un po' di fresco in quest'estate 2024.
Sono passati giusto giusto due secoli da quel 6 agosto del 1824 quando l'esercito di Simon Bolivar ebbe la meglio su quello spagnolo durante la battaglia di Junín in Perù. Evento questo che, con i successivi scontri, l'anno successivo farà ottenere alla Bolivia (che prende appunto il nome da Simon) la tanto agognata indipendenza dalla Spagna; ma ora qualcuno giustamente chiederà cosa mai può c'entrare sta faccenda di rilevanza storico-politica in un blog di minchiate cine-musicali spesso debordanti (o deboscianti) sul trash puro.
Eppure, gira gira, c'entra perché nel 1975 la nostra MILVA, che evidentemente stava attraversando nuovamente il suo periodo sudamericano dopo quello brechtiano, capitava pure in mezzo agli Inti Illimani (quelli che Dalla in una sua canzone definisce di una noia mortale, non nominandoli direttamente, ma comunque si trattava solo della sua bonaria ironia solita) per cantare proprio SIMON BOLIVAR, canzone dedicata al leader che portò il suo paese all'indipendenza.
Canzone che stava sul lato B di La Cucaracha, 45 giri di Milva estratto dal suo album La Libertà (ma già ne aveva inciso una prima versione dieci anni prima). La Rossa ci porterà poi anche una sua personale interpretazione di Evita con una VERSIONE ITALIANA di Don't Cry For Me Argentina.
Comunque, tornando al tema di oggi, erano dischi quelli di musica andina che potevi trovare sempre negli anni della rivoluzione e successivi in casa dell'amico schierato politicamente o in qualche centro sociale.
Confesso che ALTURAS e EL PUEBLO UNIDO JAMAS SERÀ VENCIDO, sono due canzoni degli Inti Illimani che, al contrario di quanto dice Lucio, mi sono sempre piaciute: la prima perché era sigla di un programma radiofonico chiamato L'Altro Suono dove ascoltavi musica ben diversa dai Ricchi E Poveri o Gianni Morandi che già in quegli anni c'erano e probabilmente ci saranno sempre, mentre la seconda mi ispirava per quel suo incedere da marcia epica, anche se di politica di quei paesi allora (come adesso) non ne capivo un tubo (ma nemmeno di quella italiana eh...).
L'unica cosa che non apprezzavo era il look del gruppo che solo a vederli con quelle coperte addosso mi veniva un caldo che non ti dico.
Adesso vorrei vi soffermaste invece sull'atteggiamento austero che tiene la Pantera Di Goro nel video della canzone dedicata a Simon Bolivar, calcando talmente la mano che in molti momenti pare di vedere Paola Cortellesi durante una delle sue performance comiche (e giuro che non è Paola che fa l'intervistatrice Silvana questa in foto).
Ma pure io, come Lucio Dalla, dico queste cose strizzando l'occhiolino, cioè simpaticamente, perché tutto prende una piega diversa se lo si prende con leggerezza ed allegria, cosa che cerco sempre di fare nella mia vita.
E lo facessero in tanti, specie con questo caldo che a certi fa bollire il cervello, forse sarebbe meglio.
Cinquant'anni fa, il 5 agosto del 1974, il pavimento della Rai scricchiolava sotto ai piedi dei dirigenti perché faceva capolino fra le emittenti televisive che si potevano ricevere in Italia, anche TeleMontecarlo, le cui trasmissioni per noi erano fatte su misura nella nostra lingua, mentre per il popolo d'oltralpe continuavano quelle in francese.
Per noi le trasmissioni di quella che sarà presto abbreviata come TMC cominciarono alle 17.45 con il programma Un Peu D'Amour, D'Amitie Et Beaucoup De Musique condotto da Jocelyn che, siccome di lui fino ad allora ne avevo sentito solo parlare, dal nome pensavo fosse una donna (se fosse stato OGGI, magari con quel nome poteva salire lo stesso sul ring a menare un'atleta donna... per dire) e invece no.
Conduceva con lui l'allora sua moglie Sophie che vediamo insieme durante il programma con ospiti i nostri Matia Bazar.
L'emittente monegasca andava quindi ad affiancarsi,come già avevo RACCONTATO, alle già presenti Tv Koper Capodistria e RSI, la tv Svizzera dove su questa ricordo in particolare un CONCERTO proprio dei Matia Bazar (guarda chi c'è anche qui) dove, rigorosamente dal vivo, i cinque genovesi davano lustro a tutte le loro capacità, e cacchio se ne avevano da vendere mostrando che suonavano anche progressive.
Ma tornando oggi in particolare alla nostra TMC, i suoi programmi erano in parte realizzati in loco, e in parte invece in una sede milanese, dopodiché venivano portati in macchina fino nel principato perché allora mica c'erano i mezzi tecnici e internettici di adesso.
Col tempo le cose cambieranno ed ora quella tv è diventata La7 dove uno dei migliori programmi è Propaganda Live, che Rai 3, lungimirante come sempre, si è lasciata scappare perché all'inizio andava in onda proprio lì con il titolo di Gazebo sempre condotto da Diego "Zoro" Bianchi.
Quei programmi intelligenti che alla dirigenza Rai piacciono poco perché fanno ragionare e infatti li piazza sempre sulla terza rete come cose di poco conto, mentre fa tenere banco a "quei programmi demenziali" come diceva Franco Battiato.
Queste Olimpiadi francesi hanno già avuto l'evento eclatante della polemica sulla pugile algerina transessuale (ne ho dato un piccolo accenno ieri) che di femminile non ha nulla e che si è scontrata con la nostra atleta invece femmina al 100%, la quale ha abbandonato il ring dopo la prima tranvata presa da quello che è palesemente un uomo, non giriamoci troppo intorno dai.
Fatto sta che questa situazione non si era mai verificata prima, ma sappiamo bene che adesso si guarda più all'inclusività, per non essere tacciati di omofobia, che alla correttezza, cosa che invece nello sport dovrebbe essere la prima cosa che conta.
Comunque è pur vero che nello sport ci sono sempre stati degli ibridi creati in laboratorio come certe atlete dei Paesi dell'Est, donne all'anagrafe, ma pompate da quantità esagerate di ormoni maschili per raggiungere risultati sempre più esasperati, e anche questa non si può chiamare del tutto correttezza.
Per cui mi chiedo: vale sempre come sport tutto questo?
Francamente io, che sportivo lo sono a livello molto amatoriale, considero lo sport una cosa da praticare rispettando le proprie possibilità (e le mie non sono certo olimpioniche) e sicuramente anche i propri limiti perché non capisco che senso possa avere fare imprese degne di Ercole tramite sotterfugi che fanno pure molto male alla salute.
Cioè non è leale verso gli avversari, ma soprattutto verso sé stessi poiché il cuore è il nostro motore e un motore se lo fai lavorare troppo oltre le sue possibilità alla fine si rompe.
Ma mentre quello di una macchina se si rompe si può riparare, magari anche con costi altissimi, ma si può, il nostro di motore non ha questa seconda chance e, se si ferma, si ferma e stop.
Stesso discorso vale per l'uso del doping che purtroppo rovina spesso giovani atleti.
Anzi in certi casi le squalifiche fanno solo che bene per mettere a riposo un fisico troppo tirato al massimo.
Tutto questo sport, per così dire, adulterato, sarebbe un po come se si chiamasse ciclismo anche quello fatto sulla bici elettrica, che in Trentino ho noleggiato anch'io ed è divertente, lo ammetto, ma per fare turismo e niente più, ed è ben lontano dall'essere un vero sport.
Lo sport che dovrebbe essere il Leit Motiv delle olimpiadi alle quali, secondo De Cubertain, è importante partecipare e non vincere.
Ma probabilmente questa frase obsoleta è opinione di pochi che pensano ormai troppo all'antica in un mondo che guarda avanti, sempre avanti verso non si sa bene cosa.
Nel marasma generale di tutto quello che è il flusso di trap rap hip hop che regna sovrano, e pure sul considerare donna o meno un'atleta transgender (domani ne parlerò in maniera più approfondita), mi fa piacere constatare che c'è qualcuno del gentil sesso che pensa a fare dischi con un'idea diversa anche se magari non è esattamente una classica cantante melodica.
È il caso di ASSURDITÈ (nome d'arte di Chiara Balzan) e il suo Dumba, disco molto interessante e originale dove sopra ad una produzione elettronica fatta da lei stessa (come quella Sarafine vincitrice di X-Factor, ma molto meglio) e un cortometraggio allegato, ti parla di FUTURO INCERTO come di religione e orizzonti lontani, immaginando di mettersi nei panni di una giornalista degli anni a venire nello stesso modo in cui mette in musica i COMMENTI che potrebbero fare degli uomini al bar verso una ragazza "facile". Sulla stessa scia è Coca Puma, cioè COSTANZA PUMA, anche lei producer che, come la collega, nel suo disco sperimenta giochi di voce e sonorità sintetiche (sono entrambe fans di Billie Eilish, ne sono sicuro) e ci riesce molto bene. Altro nome nuovo è Laila Al Habash che con la sua SOTTOBRACCIO mi ha catturato una delle scorse notti alla radio in macchina e io mi son fatto prendere molto volentieri sottobraccio (appunto) da lei.
Questa sera su Rai 5, rete nazionale che dedica molto spazio alla musica, specialmente quella "storica", arriva un omaggio a David Bowie e al suo più celebre personaggio perché alle 22,35 andrà in onda il film concerto "Ziggy Stardust and The Spiders From Mars", ovvero il documento filmato della chiusura dell'Aladdin Sane Tour, che il cantante inglese tenne all'Hammersmith Odeon di Londra il 3 luglio 1973.
Piccola curiosità sul titolo di quel disco che fa pensare alla favolesca lampada di Aladino, mentre invece spostando gli spazi fra le lettere esce fuori A Ladd Insane, cioè Un Ragazzo Pazzo.
E questo sarebbe solo uno dei tanti scherzetti che David ha fatto durante quella sua carriera che ha avuto anche dei momenti bassi, è vero, ma in quelli alti era davvero difficile stare al suo pari.
Comunque questo film concerto dove David nel look sembra ricordare Patty Pravo (se lo dite vi rispondo con il meme di Willy Wonka!!!), suppongo l'abbiate già visto, ma nel caso invece foste dei neofiti, non aspettatevi uno show faraonico, tutto luccicante come quello di Taylor Swift, perché qui intanto si comincia a mettere i musicisti su un palco che non è così immenso come si potrebbe pensare per un personaggio come Ziggy Stardust e Gli Spiders From Mars, e inoltre la FOTOGRAFIA è perennemente scura, cupa, sgranata, forse dovuta anche alla scelta del regista di girare in 16 mm, cioè poco più che una pellicola amatoriale.
Altra curiosità è l'apertura del film che ad un certo punto, prima dell'entrata dei musicisti, ci porta le note di una famosa SINFONIA di Beethoven riletta da Wendy Carlos (all'epoca era ancora Walter) e che conosciamo per essere presente nella soundtrack di Arancia Meccanica.
Ma le curiosità continuano con l'inizio del concerto che viene riproposto tale e quale anche nel film Stardust, dove però Hang On To Yourself viene sostituita dalla COVER di un brano (credo, ma non ne sono sicuro) dei T-Rex perché in quel film non può essere suonata nessuna canzone di Bowie per le solite questioni di diritti musicali.
Questo film concerto l'avevo visto prima in VHS e poi anche in DVD sperando in un'immagine migliore, ma invece niente.
E se già le immagini dello spezzone qui sopra tratto da Stardust vi sembrano scure, beh, il film originale (pubblicato per la prima volta in cassetta proprio nell'agosto del 1984) è pure peggio, tuttavia rimane un concerto importante perché segna la morte del personaggio e la rinascita di Bowie che toccherà anche il funky di YOUNG AMERICANS, dove vediamo suonare anche un giovane David Sanborn, prima di portarci, con la collaborazione di Tony Visconti e Brian Eno, nella famosa trilogia berlinese dalla quale arriva l'immortale HEROES e il suo videoclip assolutamente minimale.
Solo pagine di storia in musica che non fanno mai male.
Ecco un ottimo film dello scorso anno che non ti fa il botto al botteghino (botto-botteghino yup!), ma quando hai finito di vederlo ti senti meglio.
Sto parlando di The Holdovers, che per l'Italia ha il titolo originale preceduto da Lezioni Di Vita perché checcacchio vorrà mai dire The Holdovers?
Vabbè, l'importante è che sia un bel film e infatti lo è perché ricorda un po' Breakfast Club, ma con protagonisti un po' più adulti dove qui il soggiorno obbligato a scuola con Paul Giamatti professore ha delle motivazioni diverse da quelle del film anni 80 che partiva invece da una punizione.
Qui siamo a Natale, sotto la neve e lo so che magari ormai ad agosto che arriva oggi potrebbe sembrare strano vedere un film così.
Il fatto è che la pellicola si è aggiudicata anche un Oscar andato a Da'vine Joy Randolph, l'attrice di colore nella locandina, come attrice non protagonista, ma, non essendo il film il classico campione di incassi, potrebbe correre il rischio di passare inosservato, per cui lo ripeto che lo consiglio davvero di cuore.
E sono pronto a controbattere ogni parere negativo a colpi di blaster 😁.