lunedì 13 febbraio 2023

IL COLIBRÌ: PER UNA VOLTA NON SONO I PROTAGONISTI A VIAGGIARE NEL TEMPO, MA GLI SPETTATORI

 Francesca Archibugi non è certo una regista facile, una di cassetta, e le sue opere, lo sappiamo dai tempi di Mignon È Partita e Il Grande Cocomero, lo hanno sempre dimostrato come anche stavolta con Il Colibrì dove mette alla prova noi spettatori narrando una storia che salta continuamente avanti e indietro in diverse epoche nell'arco della vita del protagonista Marco Carrera, interpretato da Pierfrancesco Favino.


Salti temporali che sembra di vedere CALEIDOSCOPIO con gli episodi mischiati a caso, creando in effetti un po' di confusione, ma che vengono aiutati comunque da un ottimo casting per rappresentare i personaggi in età diverse (sorprendente il Carrera adolescente, un vero Favino junior) fino a condire il tutto con una morale, perlomeno è quanto mi è arrivato, una presa di coscienza sul diventare un peso per i familiari quando si raggiunge una certa veneranda età ed è lì che si arriva a parlare quindi di quell'argomento delicato che è il suicidio assistito. 
L'unica nota negativa è un makeup tremendo usato per invecchiare attori a attrici, eccetto per il trasformista Favino che, visti i suoi precedenti, suppongo abbia un team di truccatori personale.

Nel film, tratto dal romanzo di Sandro Veronesi, si fa notare la parte secondaria, ma fondamentale di Nanni Moretti legato a Veronesi già per Caos Calmo, e qui particolarmente buffo perché recita esattamente come parla nei suoi film tipo Caro Diario o Palombella Rossa, rendendo così surreali i suoi interventi. 
E per una volta posso dire che non vedevo un Massimo Ceccherini così in parte dai tempi de Il Ciclone,

qui nella versione adulta di Duccio il portaiella in cui appare per pochi minuti, ma che lasciano il segno. Stranamente non ci sono molte canzoni relative agli anni in cui si svolge l'azione, come invece si usa fare di solito per caratterizzare l'epoca, e a volte a sproposito, tranne DANCING BAREFOOT di Patti Smith
che apre il film e che suona come fosse un pezzo scritto da Kurt Cobain (ma è del 1979!), e LONDON CALLING dei Clash che ricorre anche un paio di volte durante la visione.
Occasione ghiotta quindi per infilare oggi nel post anche queste due bellissime canzoni che... altro che SANREMO.

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